AMPUTAZIONI
Sono interventi devastanti per il paziente, ed altrettanto deprimenti
per il chirurgo.
Non è comunque un intervento raro qui a Matiri: quasi sempre abbiamo
almeno un paziente amputato in reparto.
Sovente si tratta di arti superiori parzialmente amputati durante liti
o attacchi da parte di malfattori, ed in questo caso dobbiamo
perfezionare l'amputazione.
Il più delle volte però sono aputazioni degli arti inferiori, sopra o
sotto il ginocchio, e sono dovuti o a fratture esposte con gangrena,
oppure a piedi diabetici irrecuperabili.
L'intervento in sè non è difficile, ma il post-operatorio non è mai semplice.
A volte la ferita complica con infezione; altre volte i punti non
tengono; spesso di forma pus.
Poi c'è il grosso aspetto della depressione che si instaura dopo ogni
amputazione, e soprattutto nei giovani.
Recentemente, a causa di un attacco con panga, abbiamo dovuto amputare
entrambe le mani di un giovane uomo: si è ripreso bene, ma cosa sarà
la sua vita? Non riesce nè a lavarsi e neppure a mangiare da solo.
Oggi abbiamo amputato un vecchietto che aveva una gangrena secondaria
ad incidente della strada con frattura esposta di tibia e fibula:
speriamo che ce la faccia.
Sono sempre drammi, per il paziente e per la famiglia...e per
l'ospedale sono ricoveri lunghi e complessi.
martedì 10 ottobre 2023
sabato 7 ottobre 2023
DRAMMA IN EMERGENZA NOTTURNA
Sono le 5.30, ed il cercapersone mi sveglia improvvisamente,
strappandomi dalle braccia di Morfeo.
Evanjeline esprime la sua sentenza in modo lapidario: "Cesareo. Donna
con pregresso cesareo un anno fa!".
Parte la routine delle emergenze, dopo una veloce sciacquata al viso
con acqua gelata. La speranza che nutro e' quella di un'operazione non
complicata, che magari ci permetta anche di andare a Messa in
parrocchia.
Sono il primo ad arrivare in ospedale, e chiedo ad Evangeline di
portare la paziente in sala... ma ecco che iniziano i problemi.
La donna perde i sensi mentre la spostiamo dalla barella.
La stendiamo sul pavimento e cerchiamo di misurare una pressione, che
e' comunque imprendibile.
Guardo velocemente la congiuntiva, e mi sembra che la donna sia
anemica come un lenzuolo.
La nostra adrenalina sale alle stelle.
Trasportiamo la malata in sala, mentre cerchiamo sia di infondere
liquidi che di trasfondere sangue. In frigo infatti abbiamo una sacca
che possiamo usare!
Ma le difficolta' non cessano.
La cannula e' fuori vena, e la paziente e' collassata. Facciamo fatica
a trovare un altro accesso venoso. Miracolosamente riesco a "prendere"
la giugulare interna, attraverso cui infondiamo prima fisiologia a go
go, e poi sangue.
Finalmente reperiamo anche un secondo accesso periferico, che usiamo
per darle altro "Ringer".
Tentiamo la spinale con la paziente sul fianco, ma i miei tentativi
sono infruttuosi.
Dopo aver bucato la donna per un numero di volte che non riesco
neppure a ricordare, decidiamo di ricorrere alla generale.
Apriamo la pancia velocemente, mentre Peter somministra i farmaci
anestetici. Sappiamo che la situazione e' critica, e possiamo perdere
l'operanda in ogni momento.
La paziente pero', fortunatamente respira e risponde ad una bassa dose
di anestetico. Bisogna comunque correre perche' il monitor e'
continuamente in allarme: la pressione rimane imprendibile, nonostante
trasfusione ed infusione veloce di fluidi.
Lavoriamo con tensione ma con ordine.
Appena aperto il peritoneo, ci rendiamo conto della causa del collasso
cardiocirolatorio della mamma.
C'e' sangue in addome... tanto sangue! Ne veniamo invasi dalla vita in
giu' in quanto l'aspiratore non riesce a recuperalo in tempo prima che
si riversi sul pavimento.
L'utero e' rotto ed il sacco amniotico sporge dalla ferita chirurgica.
L'estrazione del bimbo, dopo l'apertura delle membrane, e'
immediata... ma ci rendiamo conto che non ci sono segni di vita in
lui.
La tristezza e la depressione rifanno capolino nel mio cuore, ma
l'allarme quasi impazzito del monitor che mi segnala la persistente
assenza di pressione arteriosa, mi richiama alla realta'.
Non c'e' tempo per autocommiserazioni (magari il neonato sarebbe vivo
se avessimo "beccato" la spinale al primo colpo... se la vena non
fosse stata fuori!): guardo il sangue che ancora fluisce libero nel
deflussore verso la giugulare interna della donna, e mi riprendo: " ci
dobbiamo concentrare sulla mamma; se no, perdiamo anche lei!".
Fortunatamente la rottura e' avvenuta sulla rima della precedente
cicatrice chirurgica. Si tratta di una lacerazione lineare che non ha
raggiunto importanti vasi arteriosi. Si puo' quindi riparare l'organo
evitando un' isterectomia d'urgenza, che sarebbe un disastro per
quella mamma... ed un incubo per noi, date le condizioni del nostro
staff.
Lavoriamo in silenzio, quasi meditando sulla morte del bimbo e
continuando a sperare che la pressione risalga.
Peter gestisce l'anestesia senza grossi 'singhiozzi', e noi giungiamo
presto alla cute.
Mentre medichiamo la ferita addominale, per la prima volta il monitor
ci avvisa che la "massima" e' arrivata a 80... e che quindi ci sono
speranze.
La donna si sta svegliano, in preda a incubi che solo lei conosce.
Bisogna tenerla ferma in quattro, perche' non si strappi la giugulare.
La laviamo e la portiamo a letto. mentre e' ancora in uno stato di
sopore ora piu' tranquillo.
La prima cosa a cui pensare e' adesso una doccia. Siamo imbrattati di
sangue dalle ginocchia in giu'.
Ma subito mi ricordo di una cosa importantissima: "oggi dovremo
trasfondere un'altra sacca, magari chiedendola in prestito ad un altro
paziente piu' stabile, perche' il suo gruppo e' zero positivo, e non
ne abbiamo altro in emoteca. La cosa piu' dura, anche se necessaria,
sara' quella di dirle che il feto non ce l'ha fatta".
"Ma perche' e' morto il bambino?" mi chiede Evanjeline.
"Quando si rompe l'utero, la pressione della donna crolla, e la
perfusione placentare va praticamente a zero, causando ipossia ed
asfissia nel nascituro. E' molto raro riuscire a salvare il bambino,
nei casi di una breccia uterina di queste dimensioni. E' gia' tanto
che la madre sia viva. Infatti pure la mortalita' materna e' altissima
per tale complicazione".
strappandomi dalle braccia di Morfeo.
Evanjeline esprime la sua sentenza in modo lapidario: "Cesareo. Donna
con pregresso cesareo un anno fa!".
Parte la routine delle emergenze, dopo una veloce sciacquata al viso
con acqua gelata. La speranza che nutro e' quella di un'operazione non
complicata, che magari ci permetta anche di andare a Messa in
parrocchia.
Sono il primo ad arrivare in ospedale, e chiedo ad Evangeline di
portare la paziente in sala... ma ecco che iniziano i problemi.
La donna perde i sensi mentre la spostiamo dalla barella.
La stendiamo sul pavimento e cerchiamo di misurare una pressione, che
e' comunque imprendibile.
Guardo velocemente la congiuntiva, e mi sembra che la donna sia
anemica come un lenzuolo.
La nostra adrenalina sale alle stelle.
Trasportiamo la malata in sala, mentre cerchiamo sia di infondere
liquidi che di trasfondere sangue. In frigo infatti abbiamo una sacca
che possiamo usare!
Ma le difficolta' non cessano.
La cannula e' fuori vena, e la paziente e' collassata. Facciamo fatica
a trovare un altro accesso venoso. Miracolosamente riesco a "prendere"
la giugulare interna, attraverso cui infondiamo prima fisiologia a go
go, e poi sangue.
Finalmente reperiamo anche un secondo accesso periferico, che usiamo
per darle altro "Ringer".
Tentiamo la spinale con la paziente sul fianco, ma i miei tentativi
sono infruttuosi.
Dopo aver bucato la donna per un numero di volte che non riesco
neppure a ricordare, decidiamo di ricorrere alla generale.
Apriamo la pancia velocemente, mentre Peter somministra i farmaci
anestetici. Sappiamo che la situazione e' critica, e possiamo perdere
l'operanda in ogni momento.
La paziente pero', fortunatamente respira e risponde ad una bassa dose
di anestetico. Bisogna comunque correre perche' il monitor e'
continuamente in allarme: la pressione rimane imprendibile, nonostante
trasfusione ed infusione veloce di fluidi.
Lavoriamo con tensione ma con ordine.
Appena aperto il peritoneo, ci rendiamo conto della causa del collasso
cardiocirolatorio della mamma.
C'e' sangue in addome... tanto sangue! Ne veniamo invasi dalla vita in
giu' in quanto l'aspiratore non riesce a recuperalo in tempo prima che
si riversi sul pavimento.
L'utero e' rotto ed il sacco amniotico sporge dalla ferita chirurgica.
L'estrazione del bimbo, dopo l'apertura delle membrane, e'
immediata... ma ci rendiamo conto che non ci sono segni di vita in
lui.
La tristezza e la depressione rifanno capolino nel mio cuore, ma
l'allarme quasi impazzito del monitor che mi segnala la persistente
assenza di pressione arteriosa, mi richiama alla realta'.
Non c'e' tempo per autocommiserazioni (magari il neonato sarebbe vivo
se avessimo "beccato" la spinale al primo colpo... se la vena non
fosse stata fuori!): guardo il sangue che ancora fluisce libero nel
deflussore verso la giugulare interna della donna, e mi riprendo: " ci
dobbiamo concentrare sulla mamma; se no, perdiamo anche lei!".
Fortunatamente la rottura e' avvenuta sulla rima della precedente
cicatrice chirurgica. Si tratta di una lacerazione lineare che non ha
raggiunto importanti vasi arteriosi. Si puo' quindi riparare l'organo
evitando un' isterectomia d'urgenza, che sarebbe un disastro per
quella mamma... ed un incubo per noi, date le condizioni del nostro
staff.
Lavoriamo in silenzio, quasi meditando sulla morte del bimbo e
continuando a sperare che la pressione risalga.
Peter gestisce l'anestesia senza grossi 'singhiozzi', e noi giungiamo
presto alla cute.
Mentre medichiamo la ferita addominale, per la prima volta il monitor
ci avvisa che la "massima" e' arrivata a 80... e che quindi ci sono
speranze.
La donna si sta svegliano, in preda a incubi che solo lei conosce.
Bisogna tenerla ferma in quattro, perche' non si strappi la giugulare.
La laviamo e la portiamo a letto. mentre e' ancora in uno stato di
sopore ora piu' tranquillo.
La prima cosa a cui pensare e' adesso una doccia. Siamo imbrattati di
sangue dalle ginocchia in giu'.
Ma subito mi ricordo di una cosa importantissima: "oggi dovremo
trasfondere un'altra sacca, magari chiedendola in prestito ad un altro
paziente piu' stabile, perche' il suo gruppo e' zero positivo, e non
ne abbiamo altro in emoteca. La cosa piu' dura, anche se necessaria,
sara' quella di dirle che il feto non ce l'ha fatta".
"Ma perche' e' morto il bambino?" mi chiede Evanjeline.
"Quando si rompe l'utero, la pressione della donna crolla, e la
perfusione placentare va praticamente a zero, causando ipossia ed
asfissia nel nascituro. E' molto raro riuscire a salvare il bambino,
nei casi di una breccia uterina di queste dimensioni. E' gia' tanto
che la madre sia viva. Infatti pure la mortalita' materna e' altissima
per tale complicazione".
martedì 3 ottobre 2023
AMORE DI PADRE
Non è così frequente vederli, ma direi che ultimamente non è più
neppure tanto raro.
Vengono in ospedale con un bambino piccolo affetto da malaria
cerebrale o da polmonite.
A volte il figlio ha un problema chirurgico e deve essere operato: in
questi casi di solito la mamma non viene in ospedale con il figlio
ammalato perchè è a casa con un bambino più piccolo da allattare, o
magari perchè è malata lei stessa; raramente capita di incontrare un
marito abbandonato dalla moglie e non ancora risposato: un vero
"single father".
In questi casi non possiamo ricoverare i bambini ed il genitore in
pediatria, perchè questo è un ambiente rigorosamente femminile.
Ricoveriamo papà e bimbo nel reparto uomini: i bimbi accompagnati in
ospedale dal papà dormono quindi con gli adulti.
Questi papà sono in genere molto buoni ed affettuosi, e direi che
fanno concorrenza alle tante mamme che abbiamo in pediatria.
Mi sorprendo a volte ad osservarli mentre contemplano con occhi pieni
d'amore il loro figlioletto ammalato, mentre vigilano con attenzione
sul flusso delle gocce della flebo che fluisce nelle vene dei loro
piccoli, mentre coccolano il figlio in preda a qualche dolore dopo un
intervento chirurgico.
Trovarsi di fronte ad un papà atterrito per la gravità delle
condizioni di salute del figlio, oppure alle prese con il cambio del
ciripà, o ancora intento ad imboccare la sua creatura con piccole
cucchiaiate di porridge, è un'esperienza molto commovente che fa pure
giustizia al sesso maschile: non tutti i padri sono infatti degli
assenti, degli irresponsabili o dei menefreghisti. Sovente l'ospedale
ce ne fa conoscere molti che nel silenzio testimoniano il puro amore
paterno.
PS: un grazie sincero ad Alessandra che oggi lascia Matiri per
rientrare in Italia. Anche lei è stata una presenza bellissima tra di
noi
neppure tanto raro.
Vengono in ospedale con un bambino piccolo affetto da malaria
cerebrale o da polmonite.
A volte il figlio ha un problema chirurgico e deve essere operato: in
questi casi di solito la mamma non viene in ospedale con il figlio
ammalato perchè è a casa con un bambino più piccolo da allattare, o
magari perchè è malata lei stessa; raramente capita di incontrare un
marito abbandonato dalla moglie e non ancora risposato: un vero
"single father".
In questi casi non possiamo ricoverare i bambini ed il genitore in
pediatria, perchè questo è un ambiente rigorosamente femminile.
Ricoveriamo papà e bimbo nel reparto uomini: i bimbi accompagnati in
ospedale dal papà dormono quindi con gli adulti.
Questi papà sono in genere molto buoni ed affettuosi, e direi che
fanno concorrenza alle tante mamme che abbiamo in pediatria.
Mi sorprendo a volte ad osservarli mentre contemplano con occhi pieni
d'amore il loro figlioletto ammalato, mentre vigilano con attenzione
sul flusso delle gocce della flebo che fluisce nelle vene dei loro
piccoli, mentre coccolano il figlio in preda a qualche dolore dopo un
intervento chirurgico.
Trovarsi di fronte ad un papà atterrito per la gravità delle
condizioni di salute del figlio, oppure alle prese con il cambio del
ciripà, o ancora intento ad imboccare la sua creatura con piccole
cucchiaiate di porridge, è un'esperienza molto commovente che fa pure
giustizia al sesso maschile: non tutti i padri sono infatti degli
assenti, degli irresponsabili o dei menefreghisti. Sovente l'ospedale
ce ne fa conoscere molti che nel silenzio testimoniano il puro amore
paterno.
PS: un grazie sincero ad Alessandra che oggi lascia Matiri per
rientrare in Italia. Anche lei è stata una presenza bellissima tra di
noi
sabato 30 settembre 2023
UNA GROSSA CISTI OVARICA
Quando avevo visitato Lilian la settimana scorsa, avevo notato una
massa palpabile addominale che ricordava una gravidanza al settimo
mese.
Lei pero' era sicura di non essere incinta ed il test sull'urina era
in effetti negativo.
Ho fatto un'ecografia e mi sono spaventato.
Si trattava di una massa multiconcamerata, e, considerando l'eta' (39
anni), avrebbe potuto essere un enorme ovaio policistico. Pero' gli
ultrasuoni non erano in grado di chiarirmi se invece non si trattasse
di un carcinoma dell'ovaio.
A complicare la diagnosi c'era una TAC che parlava di massa,
possibilmente maligna, di origine ovarica oppure colica.
Nell'ospedale precedente era stato proposto un approccio chirurgico
moltidisciplinare a Nairobi, con presenza di oncologo, ginecologo e
chirurgo generale.
La donna però non ha potuto seguire questa indicazione per mancanza di soldi.
E' quindi venuta a Matiri.
Data la confusione del caso, prima di decidere sul tipo di terapia da
proporre, ho quindi optato per un citologico ecoguidato: ho estratto
20 ml di liquido giallo citrino da una delle formazioni cistiche piu'
grandi, dopo essermi assicurato che non ci fossero anse intestinali
interposte.
Il referto e' stato in effetti negativo. Il responso del patologo
parlava di ovaio policistico.
Si trattava quindi di armarsi di coraggio e provare l'intervento:
infatti la terapia medica non avrebbe potuto avere successo con una
formazione tanto grande.
La mia paura era che si trattasse di una massa adesa agli organi
circostanti e difficile da enucleare.
Avevo quindi preparato due piani d'azione: nel caso piu' fortunato,
avremmo tolto la cisti (l'eco infatti sembrava indicare un ovaio
policistico solo a destra, mentre la gonade di sinistra pareva
indenne); se invece avessimo trovato una marea di aderenze
all'intestino e ci fossimo trovati nell'impossibilita' di escindere,
avremmo optato per la apertura e marsupializzazione delle cisti
stesse.
Ma il Signore ci ha aiutati moltissimo... come sempre!
Era un'enorme cisti ben capsulata e non aderente.
L'abbiamo quindi rapidamente esteriorizzata; abbiamo clampato il
peduncolo ed i vasi, ed abbiamo richiuso la parete addominale... il
tutto senza la minima complicazione.
Lilian ha perso un ovaio, ma avra' una vita normale e potra' avere
figli grazie al controlaterale, in effetti assolutamente normale.
Ringrazio lo staff. Eravamo molto contenti alla fine dell'ontercento.
E soprattutto ringrazio Dio che ha vegliato sul nostro lavoro.
Ora Lilian e' sveglia ed il decorso sembra normale. Per sicurezza
manderò questa enorme massa ovarica per esame istologico.
massa palpabile addominale che ricordava una gravidanza al settimo
mese.
Lei pero' era sicura di non essere incinta ed il test sull'urina era
in effetti negativo.
Ho fatto un'ecografia e mi sono spaventato.
Si trattava di una massa multiconcamerata, e, considerando l'eta' (39
anni), avrebbe potuto essere un enorme ovaio policistico. Pero' gli
ultrasuoni non erano in grado di chiarirmi se invece non si trattasse
di un carcinoma dell'ovaio.
A complicare la diagnosi c'era una TAC che parlava di massa,
possibilmente maligna, di origine ovarica oppure colica.
Nell'ospedale precedente era stato proposto un approccio chirurgico
moltidisciplinare a Nairobi, con presenza di oncologo, ginecologo e
chirurgo generale.
La donna però non ha potuto seguire questa indicazione per mancanza di soldi.
E' quindi venuta a Matiri.
Data la confusione del caso, prima di decidere sul tipo di terapia da
proporre, ho quindi optato per un citologico ecoguidato: ho estratto
20 ml di liquido giallo citrino da una delle formazioni cistiche piu'
grandi, dopo essermi assicurato che non ci fossero anse intestinali
interposte.
Il referto e' stato in effetti negativo. Il responso del patologo
parlava di ovaio policistico.
Si trattava quindi di armarsi di coraggio e provare l'intervento:
infatti la terapia medica non avrebbe potuto avere successo con una
formazione tanto grande.
La mia paura era che si trattasse di una massa adesa agli organi
circostanti e difficile da enucleare.
Avevo quindi preparato due piani d'azione: nel caso piu' fortunato,
avremmo tolto la cisti (l'eco infatti sembrava indicare un ovaio
policistico solo a destra, mentre la gonade di sinistra pareva
indenne); se invece avessimo trovato una marea di aderenze
all'intestino e ci fossimo trovati nell'impossibilita' di escindere,
avremmo optato per la apertura e marsupializzazione delle cisti
stesse.
Ma il Signore ci ha aiutati moltissimo... come sempre!
Era un'enorme cisti ben capsulata e non aderente.
L'abbiamo quindi rapidamente esteriorizzata; abbiamo clampato il
peduncolo ed i vasi, ed abbiamo richiuso la parete addominale... il
tutto senza la minima complicazione.
Lilian ha perso un ovaio, ma avra' una vita normale e potra' avere
figli grazie al controlaterale, in effetti assolutamente normale.
Ringrazio lo staff. Eravamo molto contenti alla fine dell'ontercento.
E soprattutto ringrazio Dio che ha vegliato sul nostro lavoro.
Ora Lilian e' sveglia ed il decorso sembra normale. Per sicurezza
manderò questa enorme massa ovarica per esame istologico.
venerdì 29 settembre 2023
FIBROMI UTERINI
Sono certamente molto piu' frequenti nella donna "di colore" che in
quella "bianca".
Ci sono dati secondo cui il 90% delle donne africane avra' almeno un
fibroma all'eta' di 29 anni.
I problemi legati ai fibromi sono vari: i piu' comuni sono le
emorragie mestruali eccessive, i dolori addominali, e, nella giovane,
l'infertilita' o gli aborti a varie eta' gestazionali.
Spessissimo ci dobbiamo confrontare con uteri cosi' grandi che
giungono fino al torace. Se si tratta di donne oltre la quarantina,
con un numero adeguato di figli, naturalmente proponiamo loro
l'isterectomia (cioe' l'asportazione dell'utero insieme ai fibromi).
Ma normalmente la giovane non vuole tale intervento, in quanto a tutti
i costi desidera avere almeno un figlio.
Noi spieghiamo loro che la miomectomia non e' un intervento con rischi
inferiori a quelli dell'isterectomia; inoltre cerchiamo di far capire
che non e' assolutamente detto che dopo l'operazione si riesca ad
avere un bambino effettivamente. Siamo molto chiari sul fatto che,
dopo l'intervento, esse devono attendere almeno due anni prima di
programmare un'eventuale gravidanza. Pur con tutti questi dettagli
scoraggianti, molte giovani donne insistono per l'intervento.
Anche il nostro ultimo intervento ginecologico è stato una miomectomia
a cui abbiamo aggiunto la tuboplastica, cioè l'apertura delle tube
bloccate da precedenti infezioni.
I fibromi tolti sono quelli nella foto.
Riusciremo poi veramente a far avere un bambino a questa donna?
Onestamente lo dubito molto, ma abbiamo accondisceso alla sua
disperata speranza di concepire anche se la sua età si aggirava sui
40.
Inoltre, mentre prima aveva un pancione grosso come quello di una
gravida di nove mesi, ora avra' un addome piatto e nessuno le
chiedera' se e' incinta, facendola stare ancora peggio.
quella "bianca".
Ci sono dati secondo cui il 90% delle donne africane avra' almeno un
fibroma all'eta' di 29 anni.
I problemi legati ai fibromi sono vari: i piu' comuni sono le
emorragie mestruali eccessive, i dolori addominali, e, nella giovane,
l'infertilita' o gli aborti a varie eta' gestazionali.
Spessissimo ci dobbiamo confrontare con uteri cosi' grandi che
giungono fino al torace. Se si tratta di donne oltre la quarantina,
con un numero adeguato di figli, naturalmente proponiamo loro
l'isterectomia (cioe' l'asportazione dell'utero insieme ai fibromi).
Ma normalmente la giovane non vuole tale intervento, in quanto a tutti
i costi desidera avere almeno un figlio.
Noi spieghiamo loro che la miomectomia non e' un intervento con rischi
inferiori a quelli dell'isterectomia; inoltre cerchiamo di far capire
che non e' assolutamente detto che dopo l'operazione si riesca ad
avere un bambino effettivamente. Siamo molto chiari sul fatto che,
dopo l'intervento, esse devono attendere almeno due anni prima di
programmare un'eventuale gravidanza. Pur con tutti questi dettagli
scoraggianti, molte giovani donne insistono per l'intervento.
Anche il nostro ultimo intervento ginecologico è stato una miomectomia
a cui abbiamo aggiunto la tuboplastica, cioè l'apertura delle tube
bloccate da precedenti infezioni.
I fibromi tolti sono quelli nella foto.
Riusciremo poi veramente a far avere un bambino a questa donna?
Onestamente lo dubito molto, ma abbiamo accondisceso alla sua
disperata speranza di concepire anche se la sua età si aggirava sui
40.
Inoltre, mentre prima aveva un pancione grosso come quello di una
gravida di nove mesi, ora avra' un addome piatto e nessuno le
chiedera' se e' incinta, facendola stare ancora peggio.
lunedì 25 settembre 2023
VORREI AVERE 100 BRACCIA
VORREI AVERE 100 BRACCIA PER SERVIRE TUTTI I POVERI E I MALATI DEL
MONDO (San Camillo de Lellis)
Carissimi,
ho deciso di scegliere questo titolo, perchè è una frase stupenda, una
in cui mi trovo perfettamente a mio agio e che costituisce per me non
un ideale raggiunto ma una tensione quotidiana. Anche io come san
Camillo vorrei avere 100 mani perchè mi rendo conto che i bisogni sono
così tanti che spesso due non bastano. Vorrei avere un cuore più
grande, perchè a volte mi sento meschino e non so ascoltare con la
dovuta attenzione, non so dimenticare me stesso per fare spazio agli
altri nel bisogno, divento nervoso e irritabile quando il lavoro mi
soverchia. Desidererei essere capace di dormire solo due ore per notte
su una sedia, come faceva il Cottolengo, per essere sempre pronto alla
chiamata dei suoi poveri... ma poi mi rendo conto che non ce la
faccio, che spesso ho un senso di rifiuto verso i pazienti, che vorrei
essere ascoltato piuttosto che ascoltare sempre e solo i problemi
degli altri. Comunque è importante tenere alti gli ideali e
ringraziare che ci siano giganti come San Camillo o come il Cottolengo
che ci stimolano a non essere mai soddisfatti di noi stessi, e ci
ripetono: "...più cuore in quelle mani, fratello!"
Madre Teresa di Calcutta non permetteva alle sue novizie di andare in
servizio senza il sorriso sulle labbra. Si racconta che un giorno
richiamò in convento una suora che si era recata in reparto con una
faccia scura, e le aveva detto che Gesù aveva diritto al suo sorriso.
All'inizio ho trovato questa azione della Fondatrice molto strana, ma
pian piano comincio a capire il significato pedagogico che essa voleva
comunicare: dare il meglio al Signore che contempliamo nei poveri;
fargli sentire che Egli è il nostro tutto e che si merita il massimo
in ogni momento. Quanto è difficile anche questo aspetto della carità!
Quante volte andiamo in reparto con il muso lungo, magari portandoci
dietro gli strascichi di un litigio o di una incomprensione con
qualche membro dello staff. Poi i poveri diventano i nostri "capri
espiatori": su di loro scarichiamo il nostro malumore e spesso anche
il nostro nervosismo. Tante volte certi malati ricevono lavate di capo
o parole rudi, per il solo fatto di aver attraversato la nostra strada
nel momento sbagliato. Anche qui abbiamo una frontiera sempre
difficile nel nostro quotidiano: essere buoni e gentili; essere
sorridenti ed accoglienti è molto di più che lavorare per gli altri 24
ore al giorno. Si può fare lo stesso servizio umiliando chi lo riceve
e facendogli capire "che proprio ci ha rotto"; oppure si può agire con
carità in modo discreto e gentile, in modo che nessuno possa star male
a causa dei servizi da noi ricevuti.
Credo che la carità verso il prossimo possa diventare in se stessa una
spiritualità che guida tutta la nostra vita: essa diventa una sintesi
in cui possiamo davvero far convergere e concentrare gli aspetti più
importanti della vocazione cristiana.
Che grande valore ha il lavoro per i bisognosi, quando in essi si
cerca di contemplare il volto di Gesù: esso diventa per noi il modo
concreto di raggiungere la contemplazione, e di dare concretezza alla
nostra preghiera.
Sappiamo dal Cottolengo che "è una bella cosa sacrificare la salute,
ed anche la vita per aiutare i più bisognosi", e dobbiamo ammettere
che è vero: quando abbiamo dato veramente tutto; quando ci sentiamo
come svuotati e mangiati dagli altri, sperimentiamo una pace profonda
che nessuna forma di svago ci può far provare; facciamo l'esperienza
della carità autorigenerante: infatti, quanto più si dà, tanto più si
scoprono in se stessi energie mai prima sospettate. Si credeva di
essere sull'orlo dell'esaurimento nervoso, ed invece quasi per magia
si sperimenta che si ha di nuovo voglia e soprattutto lucidità per
ricominciare.
Il Cottolengo ci voleva capaci di dedicarci a Gesù presente nel povero
fino al sacrificio della vita: quanto siamo ancora lontani, ma per me
questo è un ideale costante. Tanti altri aspetti della mia
spiritualità si sono un po' persi per strada, ma questo rimane fermo
ed inossidabile: qui è la strada che mi sento di poter continuare a
percorrere, per tentare di diventare un po' come il Cottolengo o come
Madre teresa di Calcutta. In questo ideale vivo la mia preghiera
quotidiana: magari non sono stato capace di fare grandi meditazioni, o
forse ho dormito nei pochi minuti che sono riuscito a ritagliarmi in
cappella, ma almeno ho cercato di non dire di no a nessuno, mi sono
sforzato di esser buono e sorridente, e quando non ci sono riuscito,
il senso di colpa che ne è derivato, mi ha fatto star così male da
diventare automaticamente uno stimolo al miglioramento.
Tutti siamo alla ricerca di una stella polare, di una idea forza che
dia unità e senso alla nostra vita: io l'ho trovata in questa
dimensione di dono di me stesso senza misura e senza limiti, una
dimensione a cui ogni giorno vengo meno a causa del mio egoismo, ma
che si ripresenta viva e chiarissima dopo ogni mia meschinità e
pigrizia.
Spesso penso ai poveri come ad un'ostia consacrata: loro sono Gesù che
soffre ed i letti sono come degli altari. Io quindi ho la grande
fortuna di poter toccare quest'ostia dal mattino alla sera; ho anche
la responsabilità di trattarla bene e di non mancare di rispetto. Ecco
quindi che per me, il reparto può diventare una cattedrale, con tanti
altari quanti sono i letti. Ecco quindi che faccio fatica pensare
alla vecchia dicotomia tra lavoro e preghiera, tra ospedale e
cappella: mi sembrano solo due facce della stessa medaglia.
MONDO (San Camillo de Lellis)
Carissimi,
ho deciso di scegliere questo titolo, perchè è una frase stupenda, una
in cui mi trovo perfettamente a mio agio e che costituisce per me non
un ideale raggiunto ma una tensione quotidiana. Anche io come san
Camillo vorrei avere 100 mani perchè mi rendo conto che i bisogni sono
così tanti che spesso due non bastano. Vorrei avere un cuore più
grande, perchè a volte mi sento meschino e non so ascoltare con la
dovuta attenzione, non so dimenticare me stesso per fare spazio agli
altri nel bisogno, divento nervoso e irritabile quando il lavoro mi
soverchia. Desidererei essere capace di dormire solo due ore per notte
su una sedia, come faceva il Cottolengo, per essere sempre pronto alla
chiamata dei suoi poveri... ma poi mi rendo conto che non ce la
faccio, che spesso ho un senso di rifiuto verso i pazienti, che vorrei
essere ascoltato piuttosto che ascoltare sempre e solo i problemi
degli altri. Comunque è importante tenere alti gli ideali e
ringraziare che ci siano giganti come San Camillo o come il Cottolengo
che ci stimolano a non essere mai soddisfatti di noi stessi, e ci
ripetono: "...più cuore in quelle mani, fratello!"
Madre Teresa di Calcutta non permetteva alle sue novizie di andare in
servizio senza il sorriso sulle labbra. Si racconta che un giorno
richiamò in convento una suora che si era recata in reparto con una
faccia scura, e le aveva detto che Gesù aveva diritto al suo sorriso.
All'inizio ho trovato questa azione della Fondatrice molto strana, ma
pian piano comincio a capire il significato pedagogico che essa voleva
comunicare: dare il meglio al Signore che contempliamo nei poveri;
fargli sentire che Egli è il nostro tutto e che si merita il massimo
in ogni momento. Quanto è difficile anche questo aspetto della carità!
Quante volte andiamo in reparto con il muso lungo, magari portandoci
dietro gli strascichi di un litigio o di una incomprensione con
qualche membro dello staff. Poi i poveri diventano i nostri "capri
espiatori": su di loro scarichiamo il nostro malumore e spesso anche
il nostro nervosismo. Tante volte certi malati ricevono lavate di capo
o parole rudi, per il solo fatto di aver attraversato la nostra strada
nel momento sbagliato. Anche qui abbiamo una frontiera sempre
difficile nel nostro quotidiano: essere buoni e gentili; essere
sorridenti ed accoglienti è molto di più che lavorare per gli altri 24
ore al giorno. Si può fare lo stesso servizio umiliando chi lo riceve
e facendogli capire "che proprio ci ha rotto"; oppure si può agire con
carità in modo discreto e gentile, in modo che nessuno possa star male
a causa dei servizi da noi ricevuti.
Credo che la carità verso il prossimo possa diventare in se stessa una
spiritualità che guida tutta la nostra vita: essa diventa una sintesi
in cui possiamo davvero far convergere e concentrare gli aspetti più
importanti della vocazione cristiana.
Che grande valore ha il lavoro per i bisognosi, quando in essi si
cerca di contemplare il volto di Gesù: esso diventa per noi il modo
concreto di raggiungere la contemplazione, e di dare concretezza alla
nostra preghiera.
Sappiamo dal Cottolengo che "è una bella cosa sacrificare la salute,
ed anche la vita per aiutare i più bisognosi", e dobbiamo ammettere
che è vero: quando abbiamo dato veramente tutto; quando ci sentiamo
come svuotati e mangiati dagli altri, sperimentiamo una pace profonda
che nessuna forma di svago ci può far provare; facciamo l'esperienza
della carità autorigenerante: infatti, quanto più si dà, tanto più si
scoprono in se stessi energie mai prima sospettate. Si credeva di
essere sull'orlo dell'esaurimento nervoso, ed invece quasi per magia
si sperimenta che si ha di nuovo voglia e soprattutto lucidità per
ricominciare.
Il Cottolengo ci voleva capaci di dedicarci a Gesù presente nel povero
fino al sacrificio della vita: quanto siamo ancora lontani, ma per me
questo è un ideale costante. Tanti altri aspetti della mia
spiritualità si sono un po' persi per strada, ma questo rimane fermo
ed inossidabile: qui è la strada che mi sento di poter continuare a
percorrere, per tentare di diventare un po' come il Cottolengo o come
Madre teresa di Calcutta. In questo ideale vivo la mia preghiera
quotidiana: magari non sono stato capace di fare grandi meditazioni, o
forse ho dormito nei pochi minuti che sono riuscito a ritagliarmi in
cappella, ma almeno ho cercato di non dire di no a nessuno, mi sono
sforzato di esser buono e sorridente, e quando non ci sono riuscito,
il senso di colpa che ne è derivato, mi ha fatto star così male da
diventare automaticamente uno stimolo al miglioramento.
Tutti siamo alla ricerca di una stella polare, di una idea forza che
dia unità e senso alla nostra vita: io l'ho trovata in questa
dimensione di dono di me stesso senza misura e senza limiti, una
dimensione a cui ogni giorno vengo meno a causa del mio egoismo, ma
che si ripresenta viva e chiarissima dopo ogni mia meschinità e
pigrizia.
Spesso penso ai poveri come ad un'ostia consacrata: loro sono Gesù che
soffre ed i letti sono come degli altari. Io quindi ho la grande
fortuna di poter toccare quest'ostia dal mattino alla sera; ho anche
la responsabilità di trattarla bene e di non mancare di rispetto. Ecco
quindi che per me, il reparto può diventare una cattedrale, con tanti
altari quanti sono i letti. Ecco quindi che faccio fatica pensare
alla vecchia dicotomia tra lavoro e preghiera, tra ospedale e
cappella: mi sembrano solo due facce della stessa medaglia.
domenica 24 settembre 2023
sogni
Lavoriamo sempre tanto, ed anche se l'ortopedia rimane la spina
dorsale del nostro servizio, noi non smettiamo di sognare, di
pianificare e di buttarci in campi nuovi.
Avevamo iniziato con il progetto cataratta che al momento è fermo
perchè l'infermiera oculistica responsabile a Matiri è andata in
pensione e non è stata ancora sostituita.
Ma io non demordo. Sono in contatto con un gruppo di pazienti in
attesa di intervento e la mia speranza è che prima della fine
dell'anno potremo iniziare un nuovo servizio oculistico che farà non
solo gli interventi, ma anche visite e preparazione di occhiali da
vista.
Da alcune settimane siamo partiti anche con il servizio
otorinolaringoiatrico, con visite ai pazienti ogni venerdì e chirurgo
che viene a operare al bisogno.
dorsale del nostro servizio, noi non smettiamo di sognare, di
pianificare e di buttarci in campi nuovi.
Avevamo iniziato con il progetto cataratta che al momento è fermo
perchè l'infermiera oculistica responsabile a Matiri è andata in
pensione e non è stata ancora sostituita.
Ma io non demordo. Sono in contatto con un gruppo di pazienti in
attesa di intervento e la mia speranza è che prima della fine
dell'anno potremo iniziare un nuovo servizio oculistico che farà non
solo gli interventi, ma anche visite e preparazione di occhiali da
vista.
Da alcune settimane siamo partiti anche con il servizio
otorinolaringoiatrico, con visite ai pazienti ogni venerdì e chirurgo
che viene a operare al bisogno.
venerdì 22 settembre 2023
SETTEMBRE...IL MESE DELLA CICOGNA
Tradizionalmente settembre e' il tempo del baby boom qui in Kenya.
Le ragioni le sappiamo e sono ovvie: anche da noi succedeva questo,
quando i nostri nonni emigravano dal Sud verso Torino per lavorare
alla FIAT; o quando addirittura partivano per la Germania.
Di soldi ce n'erano pochi e l'unico mezzo di trasporto alla portata
della classe operaia era il treno (i voli low cost dovevano ancora
essere pensati). Viaggi lunghi e costosi per le magre finanze del
tempo.
Per questo spesso i nostri nonni migravano da soli lasciando a casa le
famiglie, e tornavano raramente, quando c'era un po' di vacanza. E le
vacanze natalizie sono sempre state presenti nella nostra Europa
cristiana. I nonni rientravano dalle mogli, e dal loro amore venivano
concepite molte nuove vite che poi vedevano la luce nove mesi piu'
tardi, verso settembre appunto.
Anche qui e' cosi'.
Solo che quest'anno, forse a motivo della 'luna', pare che il baby
boom sia iniziato gia' da almeno due settimane.
Naturalmente, insieme ai parti naturali, sono in aumento anche i
cesarei, e questo rende settembre un mese molto duro.
Inoltre, per un dato statistico che non riesco a spiegare, durante i
fine settimana il numero di tagli cesarei e' decisamente elevato.
L'altra cosa che le ostetriche probabilmente conoscono bene e' che le
donne partoriscono piu' di notte che di giorno.
Una volta una volontaria mi ha dato una spiegazione 'filogenetica' di
questo fatto. Tale spiegazione mi e' sembrata assai suggestiva anche
se non ne ho verificato la scientificita'.
Lei mi diceva che le donne hanno piu' frequentemente di notte quei
cambiamenti ormonali che scatenano il dolori del travaglio, perche'
nottetempo c'e' piu' privacy, piu' calma, e quindi il parto piu'
naturalmente puo' essere un evento delicato e protetto dal silenzio,
dal buio e dall'assenza di persone importune. Secondo lei questi cicli
ormonali risalgono ai tempi in cui anche gli esseri umani vivevano in
caverne o su palafitte, e spesso dovevano partorire all'aperto.
La spiegazione e' suggestiva ed emozionante, ma, qualunque ne sia la
ragione, e' un dato di fatto che la maggior parte dei parti avvengono
di notte... e quindi purtroppo anche la grande maggioranza delle
complicazioni che richiedono un intervento chirurgico urgente.
L'ora piu' classica e per me piu' micidiale e' quella che va dalle 2
alle 3 di notte. Moltissime sono le chiamate a quell'ora, che e' la
peggiore per uno che lavora anche di giorno.
Anche se il cesareo termina in un'ora, le scariche di adrenalina
provocate dall'emergenza e da tutte le difficolta' che un'operazione
notturna puo' comportare (da una eventuale emorragia, ad un possibile
arresto respiratorio da spinale), fanno si' che, ritornando a letto,
non si riesca in alcun modo a riprendere sonno fino al mattino quando
ormai e' ora di alzarsi e di andare a pregare.
Pero' capisco anche le infermiere della notte: se una donna arriva
verso le 5, lo so che lo staff tentera' di fare qualcosa per lei fin
verso le 5.45 almeno, in quanto sanno che quello e' comunque il tempo
della levata per me.
Ma se una mamma giunge alle 2, il rischio dell'attesa e' troppo
elevato, e quindi esse fanno benissimo a chiamare, anche se umanamente
mi lamento perche' sono molto stanco.
Ritardare a chiamarmi poi sarebbe quasi criminale per il fatto che
molte partorienti vengono da lontanissimo, ed hanno gia' tentato
inultilmente di partorire a domicilio.
E' il caso della notte scorsa quando abbiamo fatto un cesareo alle
4.30, ed abbiamo salvato il bambino per il rotto della cuffia, in
quanto la donna era stata in travaglio a casa sua per quasi due
giorni, e poi si era messa in viaggio da Mukothima varie ore prima.
Per cui le cicogne che portano tanta gioia in molti focolari
domestici, ci arrecano anche un surplus di lavoro che ci sta
affaticando un po'... ma devo essere onesto nel dire che lavorare per
dare alla luce un bambino sano e' comunque uno degli aspetti piu'
gratificanti del nostro servizio.
Le ragioni le sappiamo e sono ovvie: anche da noi succedeva questo,
quando i nostri nonni emigravano dal Sud verso Torino per lavorare
alla FIAT; o quando addirittura partivano per la Germania.
Di soldi ce n'erano pochi e l'unico mezzo di trasporto alla portata
della classe operaia era il treno (i voli low cost dovevano ancora
essere pensati). Viaggi lunghi e costosi per le magre finanze del
tempo.
Per questo spesso i nostri nonni migravano da soli lasciando a casa le
famiglie, e tornavano raramente, quando c'era un po' di vacanza. E le
vacanze natalizie sono sempre state presenti nella nostra Europa
cristiana. I nonni rientravano dalle mogli, e dal loro amore venivano
concepite molte nuove vite che poi vedevano la luce nove mesi piu'
tardi, verso settembre appunto.
Anche qui e' cosi'.
Solo che quest'anno, forse a motivo della 'luna', pare che il baby
boom sia iniziato gia' da almeno due settimane.
Naturalmente, insieme ai parti naturali, sono in aumento anche i
cesarei, e questo rende settembre un mese molto duro.
Inoltre, per un dato statistico che non riesco a spiegare, durante i
fine settimana il numero di tagli cesarei e' decisamente elevato.
L'altra cosa che le ostetriche probabilmente conoscono bene e' che le
donne partoriscono piu' di notte che di giorno.
Una volta una volontaria mi ha dato una spiegazione 'filogenetica' di
questo fatto. Tale spiegazione mi e' sembrata assai suggestiva anche
se non ne ho verificato la scientificita'.
Lei mi diceva che le donne hanno piu' frequentemente di notte quei
cambiamenti ormonali che scatenano il dolori del travaglio, perche'
nottetempo c'e' piu' privacy, piu' calma, e quindi il parto piu'
naturalmente puo' essere un evento delicato e protetto dal silenzio,
dal buio e dall'assenza di persone importune. Secondo lei questi cicli
ormonali risalgono ai tempi in cui anche gli esseri umani vivevano in
caverne o su palafitte, e spesso dovevano partorire all'aperto.
La spiegazione e' suggestiva ed emozionante, ma, qualunque ne sia la
ragione, e' un dato di fatto che la maggior parte dei parti avvengono
di notte... e quindi purtroppo anche la grande maggioranza delle
complicazioni che richiedono un intervento chirurgico urgente.
L'ora piu' classica e per me piu' micidiale e' quella che va dalle 2
alle 3 di notte. Moltissime sono le chiamate a quell'ora, che e' la
peggiore per uno che lavora anche di giorno.
Anche se il cesareo termina in un'ora, le scariche di adrenalina
provocate dall'emergenza e da tutte le difficolta' che un'operazione
notturna puo' comportare (da una eventuale emorragia, ad un possibile
arresto respiratorio da spinale), fanno si' che, ritornando a letto,
non si riesca in alcun modo a riprendere sonno fino al mattino quando
ormai e' ora di alzarsi e di andare a pregare.
Pero' capisco anche le infermiere della notte: se una donna arriva
verso le 5, lo so che lo staff tentera' di fare qualcosa per lei fin
verso le 5.45 almeno, in quanto sanno che quello e' comunque il tempo
della levata per me.
Ma se una mamma giunge alle 2, il rischio dell'attesa e' troppo
elevato, e quindi esse fanno benissimo a chiamare, anche se umanamente
mi lamento perche' sono molto stanco.
Ritardare a chiamarmi poi sarebbe quasi criminale per il fatto che
molte partorienti vengono da lontanissimo, ed hanno gia' tentato
inultilmente di partorire a domicilio.
E' il caso della notte scorsa quando abbiamo fatto un cesareo alle
4.30, ed abbiamo salvato il bambino per il rotto della cuffia, in
quanto la donna era stata in travaglio a casa sua per quasi due
giorni, e poi si era messa in viaggio da Mukothima varie ore prima.
Per cui le cicogne che portano tanta gioia in molti focolari
domestici, ci arrecano anche un surplus di lavoro che ci sta
affaticando un po'... ma devo essere onesto nel dire che lavorare per
dare alla luce un bambino sano e' comunque uno degli aspetti piu'
gratificanti del nostro servizio.
mercoledì 20 settembre 2023
GRAVIDANZA EXTRA UTERINA
E' una delle emergenze chirurgiche piu' frequenti.
Statisticamente viene al terzo posto, dopo il raschiamento uterino per
aborto incompleto ed il cesareo per travaglio complicato.
Quasi sempre si tratta di una gravidanza tubarica, e nel 100% dei casi
le pazienti vengono all'ospedale quando gia' la gravidanza extra e'
"rotta", cioe' quando l'impianto del trofoblasto e la crescita del
sacco aminiotico ha fatto "scoppiare" la tuba.
Tale dato ci indica che si tratta quasi immancabilmente di
un'emergenza, e che spesso bisogna agire in fretta, su pazienti
collassate e gravemente anemiche.
Non sono pero' infrequenti i casi di cosiddeta "ectopica cronica" in
cui il sanguinamento e' minimo perche' il grembiule omentale e'
riuscito a circoscrivere l'area ed a trasformarla in un grosso
ematoma.
Naturalmente l'ectopica cronica e' una emergenza piu' dilazionabile, e
le condizioni generali della malata sono piu' stabili, ma, a causa del
ritardo con cui vengono all'ospedale le nostre clienti, l'operazione
puo' essere piu' difficile, a motivo del fatto che si sono formate
aderenze con gli organi circostani, soprattutto con le anse
intestinali.
Trattandosi di gravidanze ectopiche "rotte", quasi mai riusciamo ad
essere conservativi, e sfortunatamente quasi sempre dobbiamo procedere
alla salpigectomia, in quanto la tuba e' gravemente compromessa dalla
rottura.
Fortunatamente la gravidanza extra e' quasi sempre monolaterale, e
possiamo quindi dare speranza di ulteriori concepimenti alle nostre
malate, affidandosi alla tuba controlaterale. In un solo caso di
ectopica rotta- un caso veramente sfortunatissimo- ho fatto la
salpingectomia destra alla cliente, la quale pero' l'anno seguente e'
stata ricoverata con ectopica rotta a sinistra. Non ho avuto
alternative ed ho dovuto fare la salpingectomia anche dall'altra
parte.
In rari casi pero' avviene che l'emoperitoneo (emorragia interna nella
pancia) si realizza quando il sacco amniotico, impiantato
all'estremita' fimbriale della tuba, viene parzialmente espulso verso
il peritoneo: in queste situazioni sovente possiamo salvare la tuba,
"mungendo" il prodotto del concepimento in cavita' addominale e
controllando poi l'emorragia tubarica con elettrobisturi e piccoli
punti di sutura.
Un caso chirurgicamente molto difficoltoso e' quello della gravidaza
extrauterina cornuale rotta: in queste operazioni, dopo la
salpingectomia, e' particolarmente difficile fermare l'emorragia, che
in parte viene dal miometrio.
Nella mia storia chirurgia ho avuto 3 soli casi di gravidanza
extrauterina addominale, in cui il feto ha potuto svilupparsi fino ad
una eta' gestazionale di 6 mesi prima di morire. L'operazione in tutti
i casi da noi registrati e' stata molto difficile a motivo di tenaci
aderenza della placenta all'omento ed all'intestino.
Un chirurgo focolarino di Fontem in Cameroun mi disse un giorno
nell'ormai lontano 2003, che l'ectopica e' un intervento piu' facile
del cesareo.
Vent'anni piu' tardi posso dire che sono d'accordo con lui solo se sei
particolarmente fortunato e non incontri aderenze od altre
complicazioni: in certi casi infatti l'operazione puo' essere molto
complessa, o per le condizioni generali dell'operanda o per la grave
situazione interna che puoi trovare.
Come sempre, mi viene da dire che l'operazione per la gravidanza extra
e' semplice quando tutto va bene... ma solo Dio sa se tutto andra' per
il meglio oppure no.
Per cui, come anche per il cesareo, non bisogna mai prendere
quest'intervento sotto gamba, perche' le complicazioni sono sempre in
agguato, soprattutto quando ti senti troppo sicuro di te stesso e
consideri l'operazione come una routine.
Statisticamente viene al terzo posto, dopo il raschiamento uterino per
aborto incompleto ed il cesareo per travaglio complicato.
Quasi sempre si tratta di una gravidanza tubarica, e nel 100% dei casi
le pazienti vengono all'ospedale quando gia' la gravidanza extra e'
"rotta", cioe' quando l'impianto del trofoblasto e la crescita del
sacco aminiotico ha fatto "scoppiare" la tuba.
Tale dato ci indica che si tratta quasi immancabilmente di
un'emergenza, e che spesso bisogna agire in fretta, su pazienti
collassate e gravemente anemiche.
Non sono pero' infrequenti i casi di cosiddeta "ectopica cronica" in
cui il sanguinamento e' minimo perche' il grembiule omentale e'
riuscito a circoscrivere l'area ed a trasformarla in un grosso
ematoma.
Naturalmente l'ectopica cronica e' una emergenza piu' dilazionabile, e
le condizioni generali della malata sono piu' stabili, ma, a causa del
ritardo con cui vengono all'ospedale le nostre clienti, l'operazione
puo' essere piu' difficile, a motivo del fatto che si sono formate
aderenze con gli organi circostani, soprattutto con le anse
intestinali.
Trattandosi di gravidanze ectopiche "rotte", quasi mai riusciamo ad
essere conservativi, e sfortunatamente quasi sempre dobbiamo procedere
alla salpigectomia, in quanto la tuba e' gravemente compromessa dalla
rottura.
Fortunatamente la gravidanza extra e' quasi sempre monolaterale, e
possiamo quindi dare speranza di ulteriori concepimenti alle nostre
malate, affidandosi alla tuba controlaterale. In un solo caso di
ectopica rotta- un caso veramente sfortunatissimo- ho fatto la
salpingectomia destra alla cliente, la quale pero' l'anno seguente e'
stata ricoverata con ectopica rotta a sinistra. Non ho avuto
alternative ed ho dovuto fare la salpingectomia anche dall'altra
parte.
In rari casi pero' avviene che l'emoperitoneo (emorragia interna nella
pancia) si realizza quando il sacco amniotico, impiantato
all'estremita' fimbriale della tuba, viene parzialmente espulso verso
il peritoneo: in queste situazioni sovente possiamo salvare la tuba,
"mungendo" il prodotto del concepimento in cavita' addominale e
controllando poi l'emorragia tubarica con elettrobisturi e piccoli
punti di sutura.
Un caso chirurgicamente molto difficoltoso e' quello della gravidaza
extrauterina cornuale rotta: in queste operazioni, dopo la
salpingectomia, e' particolarmente difficile fermare l'emorragia, che
in parte viene dal miometrio.
Nella mia storia chirurgia ho avuto 3 soli casi di gravidanza
extrauterina addominale, in cui il feto ha potuto svilupparsi fino ad
una eta' gestazionale di 6 mesi prima di morire. L'operazione in tutti
i casi da noi registrati e' stata molto difficile a motivo di tenaci
aderenza della placenta all'omento ed all'intestino.
Un chirurgo focolarino di Fontem in Cameroun mi disse un giorno
nell'ormai lontano 2003, che l'ectopica e' un intervento piu' facile
del cesareo.
Vent'anni piu' tardi posso dire che sono d'accordo con lui solo se sei
particolarmente fortunato e non incontri aderenze od altre
complicazioni: in certi casi infatti l'operazione puo' essere molto
complessa, o per le condizioni generali dell'operanda o per la grave
situazione interna che puoi trovare.
Come sempre, mi viene da dire che l'operazione per la gravidanza extra
e' semplice quando tutto va bene... ma solo Dio sa se tutto andra' per
il meglio oppure no.
Per cui, come anche per il cesareo, non bisogna mai prendere
quest'intervento sotto gamba, perche' le complicazioni sono sempre in
agguato, soprattutto quando ti senti troppo sicuro di te stesso e
consideri l'operazione come una routine.
sabato 16 settembre 2023
SETTIMANE PESANTI
Nelle ultime settimane i pazienti sono davvero tanti. Stiamo operando
tanto, dal lunedì al sabato, talvolta con orari prolungati fin verso
le 21.
Eppure siamo sempre in ritardo nel tenere il passo con i nuovi
ricoveri: la lista di attesa non si esaurisce mai; anzi, si allunga!
Quello che la gente ama dell'ospedale di Matiri è il fatto che si
viene ricoverati oggi, e, dopo gli esami ematologici del caso, si
viene operati l'indomani. Con un post-operatorio senza complicazioni,
la persona quindi sa che tornerà a casa entro 5 o 6 gioni dal
ricovero.
Mantenere questo ritmo è comunque per noi molto esigente.
Basta mancare per un giorno, per esempio per una conferenza, e la
lista dei pazienti in attesa si allunga.
Questo comporta ovviamente il fatto che alcuni pazienti saranno
posticipati, ed automaticamente cominceranno a lamentarsi: " sono qui
da due giorni e non sono ancora stato operato!"
Un'altra cosa strana è che tutti hanno il mio numero di telefono, e
quindi mi chiamano alle ore più strane per sciorinare le loro
lamentazioni.
Qualche volta vado a dormire presto, verso le 22, in quanto magari la
notte precedente ho avuto emergenze...ma a mezzanotte suona il
telefono!
Ovviamente non posso ignorare una telefonata notturna, perchè potrebbe
essere una chiamata in ospedale, ed invece si tratta di un parente che
si lamenta perchè il suo paziente non è stato ancora operato.
Poi, per riaddormentarmi ci vogliono ore in cui mi rigiro nel letto.
E' dura, ma ovviamente sono anche molto contento, perchè un ospedale
pieno, una lista operatoria sempre troppo lunga sono certamente anche
un segno che il Signore non è scontento di noi.
Ogni giorno cerco di iniziare la giornata con la Messa, ed alla sera
mi impegno a dedicare tempo alla preghiera prima di andare a letto,
sempre ricordandomi delle parole di Gesù: "qualunque cosa avete fatto
al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me".
tanto, dal lunedì al sabato, talvolta con orari prolungati fin verso
le 21.
Eppure siamo sempre in ritardo nel tenere il passo con i nuovi
ricoveri: la lista di attesa non si esaurisce mai; anzi, si allunga!
Quello che la gente ama dell'ospedale di Matiri è il fatto che si
viene ricoverati oggi, e, dopo gli esami ematologici del caso, si
viene operati l'indomani. Con un post-operatorio senza complicazioni,
la persona quindi sa che tornerà a casa entro 5 o 6 gioni dal
ricovero.
Mantenere questo ritmo è comunque per noi molto esigente.
Basta mancare per un giorno, per esempio per una conferenza, e la
lista dei pazienti in attesa si allunga.
Questo comporta ovviamente il fatto che alcuni pazienti saranno
posticipati, ed automaticamente cominceranno a lamentarsi: " sono qui
da due giorni e non sono ancora stato operato!"
Un'altra cosa strana è che tutti hanno il mio numero di telefono, e
quindi mi chiamano alle ore più strane per sciorinare le loro
lamentazioni.
Qualche volta vado a dormire presto, verso le 22, in quanto magari la
notte precedente ho avuto emergenze...ma a mezzanotte suona il
telefono!
Ovviamente non posso ignorare una telefonata notturna, perchè potrebbe
essere una chiamata in ospedale, ed invece si tratta di un parente che
si lamenta perchè il suo paziente non è stato ancora operato.
Poi, per riaddormentarmi ci vogliono ore in cui mi rigiro nel letto.
E' dura, ma ovviamente sono anche molto contento, perchè un ospedale
pieno, una lista operatoria sempre troppo lunga sono certamente anche
un segno che il Signore non è scontento di noi.
Ogni giorno cerco di iniziare la giornata con la Messa, ed alla sera
mi impegno a dedicare tempo alla preghiera prima di andare a letto,
sempre ricordandomi delle parole di Gesù: "qualunque cosa avete fatto
al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me".
giovedì 14 settembre 2023
VIOLENZA
Abbiamo assistito una ragazza "machetata" dal fratello per una
questione di eredita': la panga e' scesa violentemente sul suo braccio
sinistro, ha tranciato arteria e nervo ulnare, muscoli e tendini, per
poi fratturare l'ulna. E' stato un lavoro lungo: dapprima abbiamo
fermato l'emorragia arteriosa, e poi, con pazienza certosina abbiamo
cercato i tendini che nel frattempo si erano retratti parecchio in
alto. Anche la frattuta era piuttosto scomposta e con pazienza abbiamo
tirato e ridotto, apponendo infine i due capi ossei l'uno sull'altro.
Abbbiamo quindi usato fili di Kirshner la fissazione . Abbiamo quindi
ingessato la malcapitata, che comunque ora riesce a muovere tutte le
dita.
questione di eredita': la panga e' scesa violentemente sul suo braccio
sinistro, ha tranciato arteria e nervo ulnare, muscoli e tendini, per
poi fratturare l'ulna. E' stato un lavoro lungo: dapprima abbiamo
fermato l'emorragia arteriosa, e poi, con pazienza certosina abbiamo
cercato i tendini che nel frattempo si erano retratti parecchio in
alto. Anche la frattuta era piuttosto scomposta e con pazienza abbiamo
tirato e ridotto, apponendo infine i due capi ossei l'uno sull'altro.
Abbbiamo quindi usato fili di Kirshner la fissazione . Abbiamo quindi
ingessato la malcapitata, che comunque ora riesce a muovere tutte le
dita.
martedì 12 settembre 2023
MORSO DI TARANTOLA?
E' STATA LA TARANTOLA?
La giornata di ieri è stata tremenda, con interventi chirurgici
non-stop dalle 8 alle 19.30.
Usciti di sala ci attendeva però una scena veramente angosciante: un
bambino di nove mesi in preda a continue convulsioni senza febbre.
L'infermiere già aveva fatto del valium, ma non c'era alcun segno di
miglioramento. Le condizioni respiratorie erano pessime: il piccolo
aveva un forte broncospasmo ed una inspirazione assolutamente
difficoltosa. Il fonendoscopio sul suo trace raccoglieva suoni
inquietanti, simili al ribollimento di una pentola a pressione.
Ho subito notato il braccio destro estremamente gonfio e praticamente
paralizzato. In corrispondenza dell'avambraccio c'era una piccola
escara nera.
Il bambino era troppo grave per sentire dolore, anche quando
schiacciavo vicino a quella ferita per vedere se ne fuoriusciva del
liquido.
Ho guardato la mamma, ma, prima che potessi formulare la domanda, essa
mi ha detto che ha sentito il figlio piangere forte circa tre ore
prima, quando già erano a letto. Quasi immediatamente il piccolo ha
cominciato ad essere scosso da crisi comiziali incalzanti... ed era la
prima volta in suo figlio, diceva la donna disperata.
Dopo aver acceso la lampada a petrolio per assistere il piccolo, la
donna ha visto sul muro un grosso ragno nero e peloso come un topo.
Non era sicura che il pianto fosse dovuto al morso di quell'aracnide;
lei dormiva ed era buio... ma la bestia era tristemente nei paraggi.
Con l'aiuto del marito è riuscita a uccidere il ragno. Ha quindi
cominciato a guardare con attenzione il corpo del bimbo ed ha notato
quasi immediatamente la tumefazione e la feritina umida
sull'avambraccio.
Da quel momento è stata una catena di eventi a precipizio. Il bambino
si è messo a vomitare, poi ha iniziato a presentare problemi
respiratori sempre più gravi.
Loro sono di Kiamuri, Ai confini tra Tharaka e Meru: sono andati al
dispensario delle suore, che però non si sono sentite di tenerlo ed
hanno consigliato ai genitori di venire da noi.
Trovare i soldi per chiamare un mototaxi ha causato ulteriore ritardo,
ed ecco che qui sono arrivati a quest'ora.
Il bambino era ormai in condizioni disperate. Praticamente "gaspava",
ed il broncospasmo quasi impediva qualunque accesso dell'aria
ispiratoria. Il pulsi-ossimetro documentava una saturazione del 60%
appena: abbiamo quindi dato ossigeno con generosità.
Per le convusioni siamo riusciti alla fine ad avere la meglio con del
barbiturico endovenoso.
Abbiamo dato alte dosi di cortisone e di antibiotico nel tentativo di
contrastare il veleno.
I polmoni però non davano segno di miglioramento, anzi... anche il
coma si faceva sempre più profondo.
L'attività respiratoria del piccolo paziente si è purtroppo arrestata
dopo un'ora appena, di fronte allo sguardo sgomento della mamma che,
la notte prima, aveva messo a letto il bimbo quando ancora stava bene.
La donna era pietrificata dal dolore e non piangeva. Noi eravamo
distrutti e sconvolti dal modo in cui la nostra giornata terribile si
era conclusa.
Un bimbo di nove mesi portato via dal morso della tarantola: non
possiamo esserne sicuri al 100%, ma cos'altro potrebbe essere stato?
Che tristezza e che senso di smarrimento! Quando tali cose si
abbattono sui bambini, diventano ancor più crudeli. Questa morte ha
come cancellato il ricordo di tutte le persone che abbiamo aiutato in
sala.
Siamo andati a letto mesti, pensando che ha ragione la nostra gente a
chiamare la tarantola "sette passi".
La giornata di ieri è stata tremenda, con interventi chirurgici
non-stop dalle 8 alle 19.30.
Usciti di sala ci attendeva però una scena veramente angosciante: un
bambino di nove mesi in preda a continue convulsioni senza febbre.
L'infermiere già aveva fatto del valium, ma non c'era alcun segno di
miglioramento. Le condizioni respiratorie erano pessime: il piccolo
aveva un forte broncospasmo ed una inspirazione assolutamente
difficoltosa. Il fonendoscopio sul suo trace raccoglieva suoni
inquietanti, simili al ribollimento di una pentola a pressione.
Ho subito notato il braccio destro estremamente gonfio e praticamente
paralizzato. In corrispondenza dell'avambraccio c'era una piccola
escara nera.
Il bambino era troppo grave per sentire dolore, anche quando
schiacciavo vicino a quella ferita per vedere se ne fuoriusciva del
liquido.
Ho guardato la mamma, ma, prima che potessi formulare la domanda, essa
mi ha detto che ha sentito il figlio piangere forte circa tre ore
prima, quando già erano a letto. Quasi immediatamente il piccolo ha
cominciato ad essere scosso da crisi comiziali incalzanti... ed era la
prima volta in suo figlio, diceva la donna disperata.
Dopo aver acceso la lampada a petrolio per assistere il piccolo, la
donna ha visto sul muro un grosso ragno nero e peloso come un topo.
Non era sicura che il pianto fosse dovuto al morso di quell'aracnide;
lei dormiva ed era buio... ma la bestia era tristemente nei paraggi.
Con l'aiuto del marito è riuscita a uccidere il ragno. Ha quindi
cominciato a guardare con attenzione il corpo del bimbo ed ha notato
quasi immediatamente la tumefazione e la feritina umida
sull'avambraccio.
Da quel momento è stata una catena di eventi a precipizio. Il bambino
si è messo a vomitare, poi ha iniziato a presentare problemi
respiratori sempre più gravi.
Loro sono di Kiamuri, Ai confini tra Tharaka e Meru: sono andati al
dispensario delle suore, che però non si sono sentite di tenerlo ed
hanno consigliato ai genitori di venire da noi.
Trovare i soldi per chiamare un mototaxi ha causato ulteriore ritardo,
ed ecco che qui sono arrivati a quest'ora.
Il bambino era ormai in condizioni disperate. Praticamente "gaspava",
ed il broncospasmo quasi impediva qualunque accesso dell'aria
ispiratoria. Il pulsi-ossimetro documentava una saturazione del 60%
appena: abbiamo quindi dato ossigeno con generosità.
Per le convusioni siamo riusciti alla fine ad avere la meglio con del
barbiturico endovenoso.
Abbiamo dato alte dosi di cortisone e di antibiotico nel tentativo di
contrastare il veleno.
I polmoni però non davano segno di miglioramento, anzi... anche il
coma si faceva sempre più profondo.
L'attività respiratoria del piccolo paziente si è purtroppo arrestata
dopo un'ora appena, di fronte allo sguardo sgomento della mamma che,
la notte prima, aveva messo a letto il bimbo quando ancora stava bene.
La donna era pietrificata dal dolore e non piangeva. Noi eravamo
distrutti e sconvolti dal modo in cui la nostra giornata terribile si
era conclusa.
Un bimbo di nove mesi portato via dal morso della tarantola: non
possiamo esserne sicuri al 100%, ma cos'altro potrebbe essere stato?
Che tristezza e che senso di smarrimento! Quando tali cose si
abbattono sui bambini, diventano ancor più crudeli. Questa morte ha
come cancellato il ricordo di tutte le persone che abbiamo aiutato in
sala.
Siamo andati a letto mesti, pensando che ha ragione la nostra gente a
chiamare la tarantola "sette passi".
sabato 9 settembre 2023
POVERO NON E' SINONIMO DI SANTO
Tabitha mi dice che vuole cambiare la terapia perche' tutte le
medicine che le ho dato non le hanno assolutamente arrecato alcun
giovamento. Dice che l'ameba e' sempre positiva e che ormai le devo
prescrivere qualche nuovo farmaco, magari uno di quelli costosi...
perche', come tutti, anche lei pensa che una medicina piu' e' "cara" e
piu' funziona.
Io le dico che vorrei rivedere un esame parassitologico, e le chiedo
se e' in grado di produrmi un campione entro la fine della giornata,
in modo che lo possa analizzare io stesso al microscopio.
Tabitha tentenna, e poi dice che e' gia' andata di corpo e quindi non
sara' in grado di darmi nulla fino all'indomani mattina. Per questo mi
chiede di poter andare a casa con il contenitore e di tornare il
giorno seguente con le feci raccolte a domicilio. Abita vicino e
quindi penso che possa andare bene , perche', se viene immediatamente
in ospedale, il campione non sara' ancora seccato.
Tabitha e' una delle "cosiddette povere"; cioe' fa parte di un gruppo
che storicamente riceve aiuti alimentari ed a cui pago le medicine. E'
poliomielitica, vedova, sola e senza lavoro. I suoi figli, a quanto
pare, non possono aiutarla perche' sono piu' miseri di lei, e per di
piu' entrambi epilettici.
La rivedo il giorno dopo, e chiedo al laboratorista di preparare il
campione per me. Il tecnico, che abita vicino a Tabitha, non ce la fa
piu' a stare zitto, e mi sussurra in un orecchio: "Lo sai che voi
Bianchi siete normalmente solo delle mucche da mungere?"
Rimango attonito per un attimo, perche' da lui non me lo aspettavo:
"cosa intendi dire? Chi e' che mi ha fregato questa volta?"
E lui continua parlando sottovoce: "Tu le dai le medicine gratis, non
e' vero? Non ti sei mai chiesto perche' non produce mai i campioni di
feci qui in ospedale? Sei troppo ingenuo: per altre cose non puo'
ingannarci... per esempio l'esame per la malaria lo facciamo
prelevando il sangue direttamente dal dito. Per le feci e' diverso:
lei porta a casa i contenitori e comincia a cercare pazienti. Si fa
pagare il test 10 scellini di meno di quanto non costi qui; le feci
quindi non sono sue ma quelle del suo cliente. Lei poi viene
l'indomani, ed l'esame e' chiaramente positivo per l'ameba o per
altro. Si fa prescrivere la medicina piu' costosa possibile, in modo
da poterci guadagnare bene, quando la rivendera' a prezzo ridotto all'
acquirente di quel giorno. E' un mercato che va avanti da moltissimo
tempo".
Mi sento paralizzato da quanto ho sentito. Che delusione provo nel
cuore! Venire ingannato proprio da quelle persone che ho aiutato di
piu', a cui ho dato tutto... e per un sacco di anni. Il cuore umano e'
veramente un mistero. Non avrei mai pensato che Tabitha potesse farmi
questo. Ci avrei messo la mano sul fuoco che lei era mia amica... e
invece! Bisogna proprio attaccarsi al Signore, e comprendere che, alla
fin della fiera, siamo tutti soli. Poi mi convinco sempre di piu' che
il distribuire gratuitamente non serve a nulla, perche'
deresponsabilizza e offre il fianco ad abusi del genere.
Non ho voglia di parlare con Tabitha. Incarico quindi uno degli
infermieri di comunicarle che da oggi non usufruira' piu' di alcun
servizio gratuito da parte mia, ed aggiungo: "comunque diglielo che ho
scoperto tutto il suo business poco pulito, e ne sono molto
amareggiato".
medicine che le ho dato non le hanno assolutamente arrecato alcun
giovamento. Dice che l'ameba e' sempre positiva e che ormai le devo
prescrivere qualche nuovo farmaco, magari uno di quelli costosi...
perche', come tutti, anche lei pensa che una medicina piu' e' "cara" e
piu' funziona.
Io le dico che vorrei rivedere un esame parassitologico, e le chiedo
se e' in grado di produrmi un campione entro la fine della giornata,
in modo che lo possa analizzare io stesso al microscopio.
Tabitha tentenna, e poi dice che e' gia' andata di corpo e quindi non
sara' in grado di darmi nulla fino all'indomani mattina. Per questo mi
chiede di poter andare a casa con il contenitore e di tornare il
giorno seguente con le feci raccolte a domicilio. Abita vicino e
quindi penso che possa andare bene , perche', se viene immediatamente
in ospedale, il campione non sara' ancora seccato.
Tabitha e' una delle "cosiddette povere"; cioe' fa parte di un gruppo
che storicamente riceve aiuti alimentari ed a cui pago le medicine. E'
poliomielitica, vedova, sola e senza lavoro. I suoi figli, a quanto
pare, non possono aiutarla perche' sono piu' miseri di lei, e per di
piu' entrambi epilettici.
La rivedo il giorno dopo, e chiedo al laboratorista di preparare il
campione per me. Il tecnico, che abita vicino a Tabitha, non ce la fa
piu' a stare zitto, e mi sussurra in un orecchio: "Lo sai che voi
Bianchi siete normalmente solo delle mucche da mungere?"
Rimango attonito per un attimo, perche' da lui non me lo aspettavo:
"cosa intendi dire? Chi e' che mi ha fregato questa volta?"
E lui continua parlando sottovoce: "Tu le dai le medicine gratis, non
e' vero? Non ti sei mai chiesto perche' non produce mai i campioni di
feci qui in ospedale? Sei troppo ingenuo: per altre cose non puo'
ingannarci... per esempio l'esame per la malaria lo facciamo
prelevando il sangue direttamente dal dito. Per le feci e' diverso:
lei porta a casa i contenitori e comincia a cercare pazienti. Si fa
pagare il test 10 scellini di meno di quanto non costi qui; le feci
quindi non sono sue ma quelle del suo cliente. Lei poi viene
l'indomani, ed l'esame e' chiaramente positivo per l'ameba o per
altro. Si fa prescrivere la medicina piu' costosa possibile, in modo
da poterci guadagnare bene, quando la rivendera' a prezzo ridotto all'
acquirente di quel giorno. E' un mercato che va avanti da moltissimo
tempo".
Mi sento paralizzato da quanto ho sentito. Che delusione provo nel
cuore! Venire ingannato proprio da quelle persone che ho aiutato di
piu', a cui ho dato tutto... e per un sacco di anni. Il cuore umano e'
veramente un mistero. Non avrei mai pensato che Tabitha potesse farmi
questo. Ci avrei messo la mano sul fuoco che lei era mia amica... e
invece! Bisogna proprio attaccarsi al Signore, e comprendere che, alla
fin della fiera, siamo tutti soli. Poi mi convinco sempre di piu' che
il distribuire gratuitamente non serve a nulla, perche'
deresponsabilizza e offre il fianco ad abusi del genere.
Non ho voglia di parlare con Tabitha. Incarico quindi uno degli
infermieri di comunicarle che da oggi non usufruira' piu' di alcun
servizio gratuito da parte mia, ed aggiungo: "comunque diglielo che ho
scoperto tutto il suo business poco pulito, e ne sono molto
amareggiato".
martedì 5 settembre 2023
MORSI DI SERPENTE
Nelle ultime 24 ore ho ricoverato due morsi di serpente.
Ricoverare bambini ed aduti per morso di serpente è un'evenienza non
infrequente. A volte il malato viene in ospedale portando con se'
l'animale morto, e questo in qualche modo ci facilita la diagnosi.
Spesso pero' dice di non aver visto il rettile. La diagnosi e' quindi
di sospetto, soprattutto analizzando il sito del morso con una lente
di ingrandimento. Normalmente la distanza tra i due aculei ed il modo
con cui essi sono entrati nei tessuti possono aiutare nella diagnosi.
Sovente e' anche molto difficile analizzare il sito di inoculazione,
perche' i pazienti hanno gia' applicato la "pietra nera" (black
stone), prima di venire all'ospedale. Tutti qui hanno questo
importante salvavita a casa. E' uno dei rimedi piu' conosciuti dalla
medicina tradizionale, che io comunque cerco di rispettare: infatti se
tutti la usano, non solo in Kenya, ma anche in altri Paesi Africani,
vuol dire che ci deve essere qualche base scientifica al suo
funzionamento. Ho cercato di capire di cosa si tratti, ma e' molto
difficile cogliere la verita', perche' spesso i guaritori tradizionali
sono gelosi dei loro segreti. La pietra nera viene applicata
direttamente alla zona del morso; viene tenuta schiacciata per alcuni
istanti finche' prende adesione autonomamente. La credenza popolare e'
che rimarra' attaccata alla cute finche' tutto il veleno sara'
riassorbito; e poi si stacchera' da sola.
Osservandola attentamente, mi pare che possa trattarsi di un osso
piatto di qualche animale, osso che e' stato poi abbrustolito alla
fiamma. La ragione per cui si attacca alla pelle e' da ricercare nella
porosita' del tessuto osseo, mentre la sua efficacia potrebbe derivare
proprio dal fatto che, assorbendo secrezioni biologiche nella zona di
inoculo, potrebbe contribuire alla eliminazione del veleno prima che
lo stesso possa entrare in circolo.
A Matiri abbiamo sostanzialmente due tipi di serpenti velenosi,
entrambi appartenenti alla famiglia degli elapidi: il mamba nero
(presente comunque è anche il mamba verde, più velenoso) ed i cobra
(spitting cobra, black-necked cobra, puff adder).
I segni piu' comuni di avvelenamento sono da dividere in due gruppi:
1) Effetti locali: dolore, apparizione di flittene, gonfiore,
formazione di pus e necrosi dei tessuti.
2) Effetti sistemici: vomito, cefalea, collasso, prurito generalizzato
e a volte attacco asmatico. Frequenti i danni neurologici. Molto
raramente aritmia cardiache anche gravi.
3) Effetti da saliva del cobra: spesso il cobra non morde, ma sputa a
distanza: questo gli serve per accecare momentaneamente la preda,
disorientarla e poterla raggiungere senza problemi per inghiottirla;
oppure gli serve per far allontanare il pericolo. Ha una mira
infallibile e colpisce sempre negli occhi, causando nell'uomo gravi
congiuntiviti, ma ordinariamente non cecita'.
Nella nostra esperienza gli effetti locali e quelli oculari sono i
piu' frequenti. Sentiamo a volte di pazienti che muoiono prima
dell'arrivo in ospedale, ma normalmente la mortalita' di coloro che
sono giunti fino a noi e' pressoche' nulla, pur non sminuendo
l'importanza degli effetti destruenti locali che possono portare fino
all'amputazione, o delle sequele a distanza.
Il nostro approccio al paziente avvelenato puo' essere sintetizzato
nel modo seguente:
1) proponiamo a tutti il ricovero al fine di essere pronti per
eventuali complicazioni (anafilassi, crisi asmatiche, aritmie
cardiache). Da segnalare che, non avendo viperidi nella nostra zone,
normalmente i nostri pazienti non hanno problemi di carenze
coagulative.
2) SIERO ANTIVELENO: é disponibile solo siero multivalente, che ha una
protezione molto bassa per varie specie di serpente, ed e' gravato da
una percentuale notevole di reazioni allergiche.
3) A tutti i pazienti facciamo un richiamo antitetanico, perche' i
denti dei serpenti possono trasmettere il tetano.
4) Somministriamo antibiotici ad ampio spettro per almeno 7 giorni:
osserviamo l'area per possibile necrosi o formazione di ascesso. In
questo caso procediamo alla toeletta chirurgica con paziente sedato.
Rimaniamo pronti per una fasciotomia d'urgenza in caso di sindrome
compartimentale. Normalmente l'infezione distrugge il muscolo e
richiede un tempo lungo di guarigione. Non si osservano comunque
complicazioni gravi come la osteomielite, e non abbiamo mai amputato
nessuno dopo un morso di serpente.
5) A scopo antiallergico e antiedemigeno (antigonfiore) pratichiamo
del cortisone endovena per vari giorni.
6) Da subito bendiamo l'arto. Cerchiamo anche di immobilizzarlo, in
modo da ridurre la attivita' muscolare che potrebbe favorire
l'ulteriore diffusione del veleno. Non rimuoviamo mai la pietra nera.
7) Dichiariamo il paziente fuori pericolo per reazione allergica dopo
24 ore di ricovero, ma non gli permettiamo di camminare per almeno 7
giorni, per evitare sia la diffusione del veleno che accidenti
tromboembolici. Prima di iniziare a camminare, il paziente fara'
fisioterapia passiva a letto. Non uso normalmente profilassi con
eparina perche' ho sempre paura di turbe coagulative da veleno, anche
se, come ho detto, non abbiamo viperidi.
8) Nel caso di spitting cobra e' importante lavare abbontandemente la
congiuntiva con soluzione fisiologica. Poi somministriamo colliri
cortisonici tre volte al di' per circa 7 giorni. Si fa una medicazione
occlusiva per almeno tre giorni. Poi si consiglia al paziente di
evitare la luce solare diretta per un'altra settimana.
I luoghi piu' a rischio sono le pietraie vicino ai torrenti.
Altra attivita' umana a rischio e' quella agricola: soprattutto
tagliare foraggio per le mucche, perche' spesso la persona, che qui
usa la panga per questo lavoro, e' chinata in avanti, ed e' quindi
nella posizione migliore per ricevere uno sputo di cobra negli occhi.
Sempre molto a rischio e' camminare fuori sentiero senza indossare
scarponi o stivali.
Ricoverare bambini ed aduti per morso di serpente è un'evenienza non
infrequente. A volte il malato viene in ospedale portando con se'
l'animale morto, e questo in qualche modo ci facilita la diagnosi.
Spesso pero' dice di non aver visto il rettile. La diagnosi e' quindi
di sospetto, soprattutto analizzando il sito del morso con una lente
di ingrandimento. Normalmente la distanza tra i due aculei ed il modo
con cui essi sono entrati nei tessuti possono aiutare nella diagnosi.
Sovente e' anche molto difficile analizzare il sito di inoculazione,
perche' i pazienti hanno gia' applicato la "pietra nera" (black
stone), prima di venire all'ospedale. Tutti qui hanno questo
importante salvavita a casa. E' uno dei rimedi piu' conosciuti dalla
medicina tradizionale, che io comunque cerco di rispettare: infatti se
tutti la usano, non solo in Kenya, ma anche in altri Paesi Africani,
vuol dire che ci deve essere qualche base scientifica al suo
funzionamento. Ho cercato di capire di cosa si tratti, ma e' molto
difficile cogliere la verita', perche' spesso i guaritori tradizionali
sono gelosi dei loro segreti. La pietra nera viene applicata
direttamente alla zona del morso; viene tenuta schiacciata per alcuni
istanti finche' prende adesione autonomamente. La credenza popolare e'
che rimarra' attaccata alla cute finche' tutto il veleno sara'
riassorbito; e poi si stacchera' da sola.
Osservandola attentamente, mi pare che possa trattarsi di un osso
piatto di qualche animale, osso che e' stato poi abbrustolito alla
fiamma. La ragione per cui si attacca alla pelle e' da ricercare nella
porosita' del tessuto osseo, mentre la sua efficacia potrebbe derivare
proprio dal fatto che, assorbendo secrezioni biologiche nella zona di
inoculo, potrebbe contribuire alla eliminazione del veleno prima che
lo stesso possa entrare in circolo.
A Matiri abbiamo sostanzialmente due tipi di serpenti velenosi,
entrambi appartenenti alla famiglia degli elapidi: il mamba nero
(presente comunque è anche il mamba verde, più velenoso) ed i cobra
(spitting cobra, black-necked cobra, puff adder).
I segni piu' comuni di avvelenamento sono da dividere in due gruppi:
1) Effetti locali: dolore, apparizione di flittene, gonfiore,
formazione di pus e necrosi dei tessuti.
2) Effetti sistemici: vomito, cefalea, collasso, prurito generalizzato
e a volte attacco asmatico. Frequenti i danni neurologici. Molto
raramente aritmia cardiache anche gravi.
3) Effetti da saliva del cobra: spesso il cobra non morde, ma sputa a
distanza: questo gli serve per accecare momentaneamente la preda,
disorientarla e poterla raggiungere senza problemi per inghiottirla;
oppure gli serve per far allontanare il pericolo. Ha una mira
infallibile e colpisce sempre negli occhi, causando nell'uomo gravi
congiuntiviti, ma ordinariamente non cecita'.
Nella nostra esperienza gli effetti locali e quelli oculari sono i
piu' frequenti. Sentiamo a volte di pazienti che muoiono prima
dell'arrivo in ospedale, ma normalmente la mortalita' di coloro che
sono giunti fino a noi e' pressoche' nulla, pur non sminuendo
l'importanza degli effetti destruenti locali che possono portare fino
all'amputazione, o delle sequele a distanza.
Il nostro approccio al paziente avvelenato puo' essere sintetizzato
nel modo seguente:
1) proponiamo a tutti il ricovero al fine di essere pronti per
eventuali complicazioni (anafilassi, crisi asmatiche, aritmie
cardiache). Da segnalare che, non avendo viperidi nella nostra zone,
normalmente i nostri pazienti non hanno problemi di carenze
coagulative.
2) SIERO ANTIVELENO: é disponibile solo siero multivalente, che ha una
protezione molto bassa per varie specie di serpente, ed e' gravato da
una percentuale notevole di reazioni allergiche.
3) A tutti i pazienti facciamo un richiamo antitetanico, perche' i
denti dei serpenti possono trasmettere il tetano.
4) Somministriamo antibiotici ad ampio spettro per almeno 7 giorni:
osserviamo l'area per possibile necrosi o formazione di ascesso. In
questo caso procediamo alla toeletta chirurgica con paziente sedato.
Rimaniamo pronti per una fasciotomia d'urgenza in caso di sindrome
compartimentale. Normalmente l'infezione distrugge il muscolo e
richiede un tempo lungo di guarigione. Non si osservano comunque
complicazioni gravi come la osteomielite, e non abbiamo mai amputato
nessuno dopo un morso di serpente.
5) A scopo antiallergico e antiedemigeno (antigonfiore) pratichiamo
del cortisone endovena per vari giorni.
6) Da subito bendiamo l'arto. Cerchiamo anche di immobilizzarlo, in
modo da ridurre la attivita' muscolare che potrebbe favorire
l'ulteriore diffusione del veleno. Non rimuoviamo mai la pietra nera.
7) Dichiariamo il paziente fuori pericolo per reazione allergica dopo
24 ore di ricovero, ma non gli permettiamo di camminare per almeno 7
giorni, per evitare sia la diffusione del veleno che accidenti
tromboembolici. Prima di iniziare a camminare, il paziente fara'
fisioterapia passiva a letto. Non uso normalmente profilassi con
eparina perche' ho sempre paura di turbe coagulative da veleno, anche
se, come ho detto, non abbiamo viperidi.
8) Nel caso di spitting cobra e' importante lavare abbontandemente la
congiuntiva con soluzione fisiologica. Poi somministriamo colliri
cortisonici tre volte al di' per circa 7 giorni. Si fa una medicazione
occlusiva per almeno tre giorni. Poi si consiglia al paziente di
evitare la luce solare diretta per un'altra settimana.
I luoghi piu' a rischio sono le pietraie vicino ai torrenti.
Altra attivita' umana a rischio e' quella agricola: soprattutto
tagliare foraggio per le mucche, perche' spesso la persona, che qui
usa la panga per questo lavoro, e' chinata in avanti, ed e' quindi
nella posizione migliore per ricevere uno sputo di cobra negli occhi.
Sempre molto a rischio e' camminare fuori sentiero senza indossare
scarponi o stivali.
lunedì 4 settembre 2023
SE VOGLIAMO AVERE UN FUTURO
Io credo che, se continuiamo a voler bene ai poveri, a dar loro la
priorità, a sacrificarci per loro giorno dopo giorno, la gente
continuerà a credere in noi e la nostra opera continuerà ad essere
significativa.
I poveri sono il nostro parafulmine e, finchè il nostro cuore
appartiene a loro, la nostra azione ed il nostro servizio saranno
stabili e duraturi, perchè costruiti sulla roccia e benedetti da Dio.
I problemi cominceranno quando le nostre giornate saranno "vuote" di
poveri, quando avremo tanto tempo libero per pensare a noi stessi e
poco tempo da dedicare agli altri, quando non ci sacrificheremo più
per il nostro prossimo.
Vedere l'ospedale pieno è per me sempre una gioia, non tanto perchè
soffro di megalomania, ma piuttosto perchè sinceramente ritengo che,
se la gente ci apprezza e si fida di noi, ciò significa che anche Dio
è contento di quello che facciamo. Un ospedale deserto mi porterebbe a
dubitare che forse il Signore mi stia mandando un messaggio per farmi
capire che c'è qualcosa che non va.
Anche i nostri sostenitori saranno con noi finchè ci vedranno donati
completamente, mangiati letteralmente dal servizio e dalla stanchezza;
se cominceremo ad evitare la fatica, le persone scomode, i lavori
pesanti, i servizi che richiedono impegno continuo per ventiquattr'ore
al giorno, allora anche i benefattori pian piano diminuiranno, e noi
ci troveremo soli.
La stima che la povera gente ha di noi è alta e la nostra fama arriva
ormai lontano.
La dedizione e la donazione sono il segreto per il nostro futuro:
finchè avremo il coraggio di sacrificarci e spenderci totalmente,
finchè non metteremo i nostri diritti personali davanti a quelli dei
poveri che bussano alla nostra porta, finchè i nostri reparti saranno
pieni e noi saremo presenti con i malati ogni giorno della nostra
vita, allora non avremo nulla da temere: l'ospedale continuerà ad
andare avanti, i benefattori ci sosterranno, i malati si fideranno di
noi, e le nostre forze si rinnoveranno ogni giorno.
La nostra motivazione sarà quella che ci manterrà forti ed in salute,
impedendoci di crollare.
Questa è per me un'esperienza vissuta e sperimentata giorno dopo
giorno: se i miei ideali rimangono alti, se la voglia di donarmi
completamente permane forte, allora, anche dopo giornate pesanti ci si
sente gratificati e contenti, soddisfatti e ripagati di tutto.
Basteranno poche ore di sonno per essere nuovamente freschi ed
entusiasti nel ricominciare aservire.
Il futuro è certamente nelle mani di Dio, ma oso dire che è anche un
po' nelle nostre: il disimpegno, la pigrizia, l'egoismo certamente non
portano ad alcun futuro, mentre la fedeltà ai poveri, il servizio
incondizionato fino al sacrificio della vita, la dedizione quotidiana
e persistente, le motivazioni forti e gli ideali sempre alti sono la
nostra certezza morale che possiamo avere una rilevanza nell'oggi ed
una continuità nel futuro.
priorità, a sacrificarci per loro giorno dopo giorno, la gente
continuerà a credere in noi e la nostra opera continuerà ad essere
significativa.
I poveri sono il nostro parafulmine e, finchè il nostro cuore
appartiene a loro, la nostra azione ed il nostro servizio saranno
stabili e duraturi, perchè costruiti sulla roccia e benedetti da Dio.
I problemi cominceranno quando le nostre giornate saranno "vuote" di
poveri, quando avremo tanto tempo libero per pensare a noi stessi e
poco tempo da dedicare agli altri, quando non ci sacrificheremo più
per il nostro prossimo.
Vedere l'ospedale pieno è per me sempre una gioia, non tanto perchè
soffro di megalomania, ma piuttosto perchè sinceramente ritengo che,
se la gente ci apprezza e si fida di noi, ciò significa che anche Dio
è contento di quello che facciamo. Un ospedale deserto mi porterebbe a
dubitare che forse il Signore mi stia mandando un messaggio per farmi
capire che c'è qualcosa che non va.
Anche i nostri sostenitori saranno con noi finchè ci vedranno donati
completamente, mangiati letteralmente dal servizio e dalla stanchezza;
se cominceremo ad evitare la fatica, le persone scomode, i lavori
pesanti, i servizi che richiedono impegno continuo per ventiquattr'ore
al giorno, allora anche i benefattori pian piano diminuiranno, e noi
ci troveremo soli.
La stima che la povera gente ha di noi è alta e la nostra fama arriva
ormai lontano.
La dedizione e la donazione sono il segreto per il nostro futuro:
finchè avremo il coraggio di sacrificarci e spenderci totalmente,
finchè non metteremo i nostri diritti personali davanti a quelli dei
poveri che bussano alla nostra porta, finchè i nostri reparti saranno
pieni e noi saremo presenti con i malati ogni giorno della nostra
vita, allora non avremo nulla da temere: l'ospedale continuerà ad
andare avanti, i benefattori ci sosterranno, i malati si fideranno di
noi, e le nostre forze si rinnoveranno ogni giorno.
La nostra motivazione sarà quella che ci manterrà forti ed in salute,
impedendoci di crollare.
Questa è per me un'esperienza vissuta e sperimentata giorno dopo
giorno: se i miei ideali rimangono alti, se la voglia di donarmi
completamente permane forte, allora, anche dopo giornate pesanti ci si
sente gratificati e contenti, soddisfatti e ripagati di tutto.
Basteranno poche ore di sonno per essere nuovamente freschi ed
entusiasti nel ricominciare aservire.
Il futuro è certamente nelle mani di Dio, ma oso dire che è anche un
po' nelle nostre: il disimpegno, la pigrizia, l'egoismo certamente non
portano ad alcun futuro, mentre la fedeltà ai poveri, il servizio
incondizionato fino al sacrificio della vita, la dedizione quotidiana
e persistente, le motivazioni forti e gli ideali sempre alti sono la
nostra certezza morale che possiamo avere una rilevanza nell'oggi ed
una continuità nel futuro.
giovedì 31 agosto 2023
INDICAZIONE SBAGLIATA
E' sera. Sono stanchissimo dopo sei lunghi interventi ortopedici.
Proprio quando decido di andare a riposare, mi chiamano in sala parto
e mi dicono di visitare una donna con travaglio prolungato.
Mi dicono che alla visita ginecologica sentono una presentazione
strana, come di una mano.
Anche io sento qualcosa e, forse condizionato da quanto l'infermiere
mi aveva detto poco prima, mi sembra di palpare una manina.
C'è indicazione al cesareo, e preferisco farlo subito invece che
essere chiamato alle 3 di notte.
In sala tutto procede normalmente: spinale senza problemi, apertura
trasversale dell'addome e dell'utero...
A questo punto però trovo la prima sorpresa: quello che alla visita
sentivo tra le dita non era una mano ma un piedino. La presentazione è
podalica.
Estraggo il bambino senza difficoltà. E' infatti piccolo, troppo
piccolo per le dimensioni di quell'addome.
Mentre ancora siamo sorpresi dalla presentazione, vedo che c'è un
altro sacco amniotico che fa capolino nella breccia operatoria
sull'utero. Immediatamente allerto gli infermieri di prepararsi a
ricevere un secondo gemello. Anche questo è piccolino; nasce in
presentazione cefalica e piange vigorosamente.
Riflettiamo sul fatto che la donna non era mai andata in una clinica
antenatale e non aveva perciò alcuna ecografia. Onestamente anche noi
non l'avevamo fatta dopo il ricovero, e questo è un nostro errore: con
essa avremmo saputo sia della presentazione che dei gemelli
La giovane mamma di 18 anni è abbastanza sconvolta dalla notizia di
avere due bambini alla fine della prima gravidanza, ma sono sicuro che
si riprenderà presto ed amerà quelle due bimbe alla follia.
Abbiamo trovato due sacchi amniotici e due placente: non si tratta
perciò di gemelli identici, per essendo dello stesso sesso.
Sono le 21.30 quando finiamo.
Siamo contenti per l'esito, nonostante i nostri errori.
Proprio quando decido di andare a riposare, mi chiamano in sala parto
e mi dicono di visitare una donna con travaglio prolungato.
Mi dicono che alla visita ginecologica sentono una presentazione
strana, come di una mano.
Anche io sento qualcosa e, forse condizionato da quanto l'infermiere
mi aveva detto poco prima, mi sembra di palpare una manina.
C'è indicazione al cesareo, e preferisco farlo subito invece che
essere chiamato alle 3 di notte.
In sala tutto procede normalmente: spinale senza problemi, apertura
trasversale dell'addome e dell'utero...
A questo punto però trovo la prima sorpresa: quello che alla visita
sentivo tra le dita non era una mano ma un piedino. La presentazione è
podalica.
Estraggo il bambino senza difficoltà. E' infatti piccolo, troppo
piccolo per le dimensioni di quell'addome.
Mentre ancora siamo sorpresi dalla presentazione, vedo che c'è un
altro sacco amniotico che fa capolino nella breccia operatoria
sull'utero. Immediatamente allerto gli infermieri di prepararsi a
ricevere un secondo gemello. Anche questo è piccolino; nasce in
presentazione cefalica e piange vigorosamente.
Riflettiamo sul fatto che la donna non era mai andata in una clinica
antenatale e non aveva perciò alcuna ecografia. Onestamente anche noi
non l'avevamo fatta dopo il ricovero, e questo è un nostro errore: con
essa avremmo saputo sia della presentazione che dei gemelli
La giovane mamma di 18 anni è abbastanza sconvolta dalla notizia di
avere due bambini alla fine della prima gravidanza, ma sono sicuro che
si riprenderà presto ed amerà quelle due bimbe alla follia.
Abbiamo trovato due sacchi amniotici e due placente: non si tratta
perciò di gemelli identici, per essendo dello stesso sesso.
Sono le 21.30 quando finiamo.
Siamo contenti per l'esito, nonostante i nostri errori.
martedì 29 agosto 2023
LE LEZIONI DI MADRE TERESA
Una volontaria mi espone il suo problema che è molto semplice: "lavoro
tutto il giorno in reparto, ma alla sera mi sembra di non aver fatto
nulla. I bisogni sono così tanti che le giornate dovrebbero essere
almeno di 50 ore per riuscire a fare tutto. Mi impegno a fondo, ma
alla sera mi pare che i risultati siano modesti e che il livello
dell'assistenza sia sempre basso, nonostante la mia presenza".
Da una parte comprendo benissimo quello che questa ragazza prova
interiormente: è la sensazione dell'essere inutili di fronte ad una
marea di bisogni che comunque ti soverchiano ed a cui non riesci a
rispondere a causa dei tuoi limiti umani, psicologici ed anche di
reale stanchezza fisica.
E' una percezione che alberga sovente anche nel mio cuore, soprattutto
quando sono molto stanco e non riesco ad esprimere un rapporto
empatico verso i pazienti...se poi perdo la pazienza e divento nervoso
con loro, allora mi sembra che tutto lo sforzo della giornata sia
stato inutile.
Tento comunque di imbastire un incoraggiamento, che rivolgo a me,
ancor più che a lei.
"E' vero che la nostra assistenza è carente in tanti modi e che il
livello delle nostre prestazioni certamente non rasenta neppure
lontanamente gli standard europei. Ma è altrettanto vero che tu lavori
dal mattino alla sera per il bene di questi ammalati! Hai mai pensato
che, senza questo tuo impegno e questa tua dedizione, il servizio da
noi offerto sarebbe ancora più carente? Ognuno di noi è importante e
costituisce un tassello essenziale in quel mosaico stupendo e
complesso che è Matiri oggi. Se tu non ci fossi, il nostro servizio
sarebbe certamente più povero. E poi pensa a quello che diceva Madre
Teresa di Calcutta. Lei ripeteva alle sue suore che l'oceano è fatto
di tante gocce. Se non ci fossero le gocce, non ci sarebbe neppure
l'oceano. Sforziamoci anche noi di avere questa fede: nessuno di noi
ha la forza di sconfiggere il mistero del male e della sofferenza;
nessuno può sconfiggere la povertà, perchè le povertà si traformano,
ma i poveri li avremo sempre con noi, come ci dice anche Gesù nel
Vangelo. Ognuno di noi però può essere una goccia di amore in questo
oceano di sofferenze in cui siamo chiamati a spendere le nostre
energie e la nostra vita. Saremo solo una goccia, ma la nostra goccia
di amore, unita a quelle di tanti altri, diventa una forza. Poi le ho
ripetuto un altro pensiero di Madre Teresa, che un giorno fu criticata
da alcuni intervistatori che le dicevano: 'ma lei davvero pensa di
risolvere tutti i problemi di povertà di Calcutta?' E Madre Teresa
semplicemente rispose che non si sentiva chiamata a risolvere tutti i
problemi di povertà, nè di Calcutta nè del mondo intero. Lei si
sentiva chiamata semplicemente ad amare le persone bisognose che il
Signore le faceva incontrare".
Alla volontaria ho quindi detto che questo lo possiamo fare sempre:
donarci, sacrificarci, spendere la nostra vita per gli altri. Forse
non riusciremo a quantificare i miglioramenti da noi apportati in una
certa realta, ma certo saremo capaci di amare, e l'amore sempre
trasforma, contagia e fa bene al cuore dei poveri che incontriamo.
Non conta il tanto o il poco che facciamo; conta l'amore che ci
mettiamo, diceva San Francesco d'Assisi.
Spesso ci sentiamo inutili, ma è comunque bello andare a letto alla
sera stremati e poter dire a se stessi: non sono stato perfetto; i
miei limiti mi hanno fatto sbagliare tantissime volte, ma di una cosa
sono certo: ho veramente dato tutto, fino allo sfinimento, ed ho
sinceramente cercato di amare, così come ne sono stato capace.
tutto il giorno in reparto, ma alla sera mi sembra di non aver fatto
nulla. I bisogni sono così tanti che le giornate dovrebbero essere
almeno di 50 ore per riuscire a fare tutto. Mi impegno a fondo, ma
alla sera mi pare che i risultati siano modesti e che il livello
dell'assistenza sia sempre basso, nonostante la mia presenza".
Da una parte comprendo benissimo quello che questa ragazza prova
interiormente: è la sensazione dell'essere inutili di fronte ad una
marea di bisogni che comunque ti soverchiano ed a cui non riesci a
rispondere a causa dei tuoi limiti umani, psicologici ed anche di
reale stanchezza fisica.
E' una percezione che alberga sovente anche nel mio cuore, soprattutto
quando sono molto stanco e non riesco ad esprimere un rapporto
empatico verso i pazienti...se poi perdo la pazienza e divento nervoso
con loro, allora mi sembra che tutto lo sforzo della giornata sia
stato inutile.
Tento comunque di imbastire un incoraggiamento, che rivolgo a me,
ancor più che a lei.
"E' vero che la nostra assistenza è carente in tanti modi e che il
livello delle nostre prestazioni certamente non rasenta neppure
lontanamente gli standard europei. Ma è altrettanto vero che tu lavori
dal mattino alla sera per il bene di questi ammalati! Hai mai pensato
che, senza questo tuo impegno e questa tua dedizione, il servizio da
noi offerto sarebbe ancora più carente? Ognuno di noi è importante e
costituisce un tassello essenziale in quel mosaico stupendo e
complesso che è Matiri oggi. Se tu non ci fossi, il nostro servizio
sarebbe certamente più povero. E poi pensa a quello che diceva Madre
Teresa di Calcutta. Lei ripeteva alle sue suore che l'oceano è fatto
di tante gocce. Se non ci fossero le gocce, non ci sarebbe neppure
l'oceano. Sforziamoci anche noi di avere questa fede: nessuno di noi
ha la forza di sconfiggere il mistero del male e della sofferenza;
nessuno può sconfiggere la povertà, perchè le povertà si traformano,
ma i poveri li avremo sempre con noi, come ci dice anche Gesù nel
Vangelo. Ognuno di noi però può essere una goccia di amore in questo
oceano di sofferenze in cui siamo chiamati a spendere le nostre
energie e la nostra vita. Saremo solo una goccia, ma la nostra goccia
di amore, unita a quelle di tanti altri, diventa una forza. Poi le ho
ripetuto un altro pensiero di Madre Teresa, che un giorno fu criticata
da alcuni intervistatori che le dicevano: 'ma lei davvero pensa di
risolvere tutti i problemi di povertà di Calcutta?' E Madre Teresa
semplicemente rispose che non si sentiva chiamata a risolvere tutti i
problemi di povertà, nè di Calcutta nè del mondo intero. Lei si
sentiva chiamata semplicemente ad amare le persone bisognose che il
Signore le faceva incontrare".
Alla volontaria ho quindi detto che questo lo possiamo fare sempre:
donarci, sacrificarci, spendere la nostra vita per gli altri. Forse
non riusciremo a quantificare i miglioramenti da noi apportati in una
certa realta, ma certo saremo capaci di amare, e l'amore sempre
trasforma, contagia e fa bene al cuore dei poveri che incontriamo.
Non conta il tanto o il poco che facciamo; conta l'amore che ci
mettiamo, diceva San Francesco d'Assisi.
Spesso ci sentiamo inutili, ma è comunque bello andare a letto alla
sera stremati e poter dire a se stessi: non sono stato perfetto; i
miei limiti mi hanno fatto sbagliare tantissime volte, ma di una cosa
sono certo: ho veramente dato tutto, fino allo sfinimento, ed ho
sinceramente cercato di amare, così come ne sono stato capace.
lunedì 28 agosto 2023
DIPENDE
E' il titolo di una canzone che mi piace moltissimo e che ascolto
tutte le volte che sono un po' giu' di morale:
"da che punto guardi il mondo tutto dipende!".
La simpatica canzone puo' essere applicata benissimo a quello che
voglio dirvi oggi, e desidero proporvi anche un'altra frase ad
effetto: "la bottiglia puo' sempre essere mezza piena o mezza
vuota"... ed anche questo "dipende" dall'attitudine di chi la guarda.
Se per esempio vedo che i malati a Matiri sono un po' sporchi e che
l'igiene personale non e' ben eseguita, posso avere due diverse
reazioni: la prima e' quella di demotivarmi, di dire che i pazienti
non sono assistiti come si meritano e che lo staff non se ne cura; la
seconda posizione puo' essere quella di pensare che, dal momento che i
clienti sono spesso poco accuditi, allora c'e' ancora bisogno del
volontariato, perche' Matiri con le proprie forze per ora non ce la fa
a raggiungere un buon standard di servizio. Chi reagisce nel primo
modo normalmente fa una brutta esperienza, diventa triste e crea
disagio tra il personale locale. Chi parte dal secondo punto di vista
puo' trovare proprio nei nostri limiti uno stimolo a lavorare sodo, a
prendersi cura dei malati in prima persona offrendo loro il meglio. Lo
fara' per due motivi di fondo: il primo e' che noi siamo soprattutto
chiamati a far star meglio i degenti nei limiti propri della nostra
condizione umana, ed il secondo e' che la testimonianza del servizio
portato avanti con umilta' e perseveranza e' come una goccia che scava
la roccia e forse pian piano modifichera' anche i comportamenti dei
nostri dipendenti piu' restii. Vedete come "tutto dipende!"
A questi due punti di vista, io ne aggiungo un altro: e cioe' che
pochi anni fa l'ospedake di Matiri era vuoto e sull'orlo della
chiusura.
Se quindi oggi ci paragoniamo agli standard europei, certamente noi
siamo indietro di una trentina di anni; ma se guardiamo a quello che
con pazienza e fatica si e' realizzato nell'arco di poco piu' di 4
anni, io ritengo che i traguardi raggiunti siano molto piu'
significativi che le sconfitte e le mancanze... e' la solita storia
della bottiglia mezza piena o mezza vuota!
Per esempio, solo la settimana scorsa, durante una ispezione del
Ministero per la Salute, l'ospedale di Matiri e' stata elogiato per
quello che facciamo per la popolazione.Siamo stati apprezzati per
l'altissimo standard e professionalita'.
Quindi e' assolutamente vero che "tutto dipende": possiamo con verita'
dire che siamo bravi perche' nessuna mamma muore nel "peripartum" da
tempi immemorabili, ma dobbiamo anche affermare che i pazienti a volte
non ricevono le terapie prescritte a causa di difficolta' comunicative
tra staff medico ed infermieristico.
Allora la bottiglia e' mezza piena o mezza vuota?
Cio' dipende sempre dagli occhiali che l'osservatore si mette.
Quello che comunque mi sento di dire e' che lo sforzo di miglioramento
e' costante, e che sempre piu' cercheremo di metterci assolutamente in
linea con gli standard nazionali e dell'OMS.
Come potete vedere, davvero tutto dipende! Qualcuno considerera'
immonda la situazione attuale, e qualcun altro la reputa migliore di
quella vista in tante altre strutture.
E mentre vi saluto, mi vado a riascoltare la canzone, che trovo sempre
molto vera: infatti, quando ero a Torino mi sentivo un nordista (non
con orgoglio... devo dire!). Poi sono andato a studiare a Londra, ed i
Londinesi mi consideravano un povero sudista nella mappa europea. Ora
che sono in Kenya scrivo ai miei amici di Catania e Cagliari, ed essi
mi rispondono: "Qui al Nord, noi facciamo cosi' e cosi'".
Nella stessa ottica Matiri puo' essere un ospedale stupendo, oppure
una struttura disordinata; Matiri puo' servire tantissimo la gente
povera, oppure ricoverare senza poi prendersi adeguata cura di coloro
che sono in reparto.
La mia personale opinione e' che abbiamo fatto passi da gigante ed
ancora ne faremo, seppur con tempi evoluzionistici. D'altra parte la
pazienza e' la virtu' dei forti.
Ma pue questa mia convinzione puo' essere confutata, perche' "da che
punto guardi il modo tutto dipende".
tutte le volte che sono un po' giu' di morale:
"da che punto guardi il mondo tutto dipende!".
La simpatica canzone puo' essere applicata benissimo a quello che
voglio dirvi oggi, e desidero proporvi anche un'altra frase ad
effetto: "la bottiglia puo' sempre essere mezza piena o mezza
vuota"... ed anche questo "dipende" dall'attitudine di chi la guarda.
Se per esempio vedo che i malati a Matiri sono un po' sporchi e che
l'igiene personale non e' ben eseguita, posso avere due diverse
reazioni: la prima e' quella di demotivarmi, di dire che i pazienti
non sono assistiti come si meritano e che lo staff non se ne cura; la
seconda posizione puo' essere quella di pensare che, dal momento che i
clienti sono spesso poco accuditi, allora c'e' ancora bisogno del
volontariato, perche' Matiri con le proprie forze per ora non ce la fa
a raggiungere un buon standard di servizio. Chi reagisce nel primo
modo normalmente fa una brutta esperienza, diventa triste e crea
disagio tra il personale locale. Chi parte dal secondo punto di vista
puo' trovare proprio nei nostri limiti uno stimolo a lavorare sodo, a
prendersi cura dei malati in prima persona offrendo loro il meglio. Lo
fara' per due motivi di fondo: il primo e' che noi siamo soprattutto
chiamati a far star meglio i degenti nei limiti propri della nostra
condizione umana, ed il secondo e' che la testimonianza del servizio
portato avanti con umilta' e perseveranza e' come una goccia che scava
la roccia e forse pian piano modifichera' anche i comportamenti dei
nostri dipendenti piu' restii. Vedete come "tutto dipende!"
A questi due punti di vista, io ne aggiungo un altro: e cioe' che
pochi anni fa l'ospedake di Matiri era vuoto e sull'orlo della
chiusura.
Se quindi oggi ci paragoniamo agli standard europei, certamente noi
siamo indietro di una trentina di anni; ma se guardiamo a quello che
con pazienza e fatica si e' realizzato nell'arco di poco piu' di 4
anni, io ritengo che i traguardi raggiunti siano molto piu'
significativi che le sconfitte e le mancanze... e' la solita storia
della bottiglia mezza piena o mezza vuota!
Per esempio, solo la settimana scorsa, durante una ispezione del
Ministero per la Salute, l'ospedale di Matiri e' stata elogiato per
quello che facciamo per la popolazione.Siamo stati apprezzati per
l'altissimo standard e professionalita'.
Quindi e' assolutamente vero che "tutto dipende": possiamo con verita'
dire che siamo bravi perche' nessuna mamma muore nel "peripartum" da
tempi immemorabili, ma dobbiamo anche affermare che i pazienti a volte
non ricevono le terapie prescritte a causa di difficolta' comunicative
tra staff medico ed infermieristico.
Allora la bottiglia e' mezza piena o mezza vuota?
Cio' dipende sempre dagli occhiali che l'osservatore si mette.
Quello che comunque mi sento di dire e' che lo sforzo di miglioramento
e' costante, e che sempre piu' cercheremo di metterci assolutamente in
linea con gli standard nazionali e dell'OMS.
Come potete vedere, davvero tutto dipende! Qualcuno considerera'
immonda la situazione attuale, e qualcun altro la reputa migliore di
quella vista in tante altre strutture.
E mentre vi saluto, mi vado a riascoltare la canzone, che trovo sempre
molto vera: infatti, quando ero a Torino mi sentivo un nordista (non
con orgoglio... devo dire!). Poi sono andato a studiare a Londra, ed i
Londinesi mi consideravano un povero sudista nella mappa europea. Ora
che sono in Kenya scrivo ai miei amici di Catania e Cagliari, ed essi
mi rispondono: "Qui al Nord, noi facciamo cosi' e cosi'".
Nella stessa ottica Matiri puo' essere un ospedale stupendo, oppure
una struttura disordinata; Matiri puo' servire tantissimo la gente
povera, oppure ricoverare senza poi prendersi adeguata cura di coloro
che sono in reparto.
La mia personale opinione e' che abbiamo fatto passi da gigante ed
ancora ne faremo, seppur con tempi evoluzionistici. D'altra parte la
pazienza e' la virtu' dei forti.
Ma pue questa mia convinzione puo' essere confutata, perche' "da che
punto guardi il modo tutto dipende".
martedì 22 agosto 2023
CASE REPORT
A 70-year-old female patient was admitted in our hospital for severe
abdominal distention. She complained about a progressive increase of
abdominal volume since several months before. She was admitted for the
first time in April 2023 and was discharged after 22 days with
diagnosis of "ascites and suspect of multiple liver masses". During
that admission an abdominal tapping was performed draining 2 liters of
cloudy fluid with high viscosity. A sample was sent for cytology, the
cytology result read: "interpretation of this specimen is made
difficult by the fact that some autolysis has taken place but shows
macrophages and chronic inflammatory cells". The laboratory
investigations didn't show any significant alteration and the general
conditions were quite good. The provisional diagnosed was of liver
cirrhosis, and she was discharged on treatment with a high dose of
diuretics.
She came back in early July still complaining of abdominal
distention, which was asymptomatic; her blood pressure was 100/60
mmHg, the general conditions quite good. There was no jaundice, nor
edema of the lower limbs, nor lung crackles. The heart activity was
normal. Visiting the patient we have noticed the presence of huge
abdominal distension, which was tender; there was also evidence of
collateral veins on the abdominal wall. The percussion of the abdomen
was dull as in presence of fluid or masses, while the intra-abdominal
organs were not explorable. The laboratory investigations were almost
normal: FHG showed a mild microcytic anaemia (Hb 8,8 g/dl), LFTs were
in range, kidney function tests were normal, while serologies for
hepatitis B, C and HIV were negative. ESR was103 mm/hr. A first U/S
was performed, where the abdominal organs weren't well seen because of
the big quantity of corpuscolated fluid, while multiple round masses
in the abdomen were appreciated.
At trans-vaginal U/S the uterus was normal, the ovaries not seen due
to the presence of big quantity of intra-abdominal fluid. Considering
the previous diagnosis of liver cirrhosis we continued treatment with
high doses of frusemide and spironolactone; at the same time, on the
day of admission, we tried to perform an abdominal tapping: to our
surprise we managed to drain only 200 ml of a cloudy, very thick and
sticky fluid. We repeated the tapping 2 days later, this time draining
600 ml of fluid with the same aspect. We increased the amount of
fluids and reduced the dosage of diuretics, but a third tapping showed
the same kind of fluid that was impossible to drain because of its
thickness.
We decided to repeat the US with the help of a more expert doctor and
we were surprised to understand that all this fluid wasn't ascites at
all, but rather fluid inside a giant ovarian cyst reaching up to the
diaphragm. The US image didn't show the bowel loops "swimming" inside
the anecoic fluid as it is normally the case in ascites; on the
contrary the bowel loops were pushed back by the big ovarian mass. A
surgical operation was performed few days after and a giant ovarian
cyst with multiple daughter-cysts was excised. The biopsy showed a
benign ovarian cystoadenoma: in the differential diagnosis there was
of course a malignancy of the ovary but also a hydatid cyst.
The post-operative follow up was normal and the patient was discharged
without any further complication.
The learning point we can draw from this clinical case is the
importance of US in the management of patients in a resource
constrained setting. The US is a very important instrument to help in
diagnosis and treatment of many different conditions; a correct
interpretation of US imaging can significantly reduce the
indiscriminate use of drugs based only on the clinical appearance of
the patient, and it plays a pivotal role in deciding the need of an
operation.
abdominal distention. She complained about a progressive increase of
abdominal volume since several months before. She was admitted for the
first time in April 2023 and was discharged after 22 days with
diagnosis of "ascites and suspect of multiple liver masses". During
that admission an abdominal tapping was performed draining 2 liters of
cloudy fluid with high viscosity. A sample was sent for cytology, the
cytology result read: "interpretation of this specimen is made
difficult by the fact that some autolysis has taken place but shows
macrophages and chronic inflammatory cells". The laboratory
investigations didn't show any significant alteration and the general
conditions were quite good. The provisional diagnosed was of liver
cirrhosis, and she was discharged on treatment with a high dose of
diuretics.
She came back in early July still complaining of abdominal
distention, which was asymptomatic; her blood pressure was 100/60
mmHg, the general conditions quite good. There was no jaundice, nor
edema of the lower limbs, nor lung crackles. The heart activity was
normal. Visiting the patient we have noticed the presence of huge
abdominal distension, which was tender; there was also evidence of
collateral veins on the abdominal wall. The percussion of the abdomen
was dull as in presence of fluid or masses, while the intra-abdominal
organs were not explorable. The laboratory investigations were almost
normal: FHG showed a mild microcytic anaemia (Hb 8,8 g/dl), LFTs were
in range, kidney function tests were normal, while serologies for
hepatitis B, C and HIV were negative. ESR was103 mm/hr. A first U/S
was performed, where the abdominal organs weren't well seen because of
the big quantity of corpuscolated fluid, while multiple round masses
in the abdomen were appreciated.
At trans-vaginal U/S the uterus was normal, the ovaries not seen due
to the presence of big quantity of intra-abdominal fluid. Considering
the previous diagnosis of liver cirrhosis we continued treatment with
high doses of frusemide and spironolactone; at the same time, on the
day of admission, we tried to perform an abdominal tapping: to our
surprise we managed to drain only 200 ml of a cloudy, very thick and
sticky fluid. We repeated the tapping 2 days later, this time draining
600 ml of fluid with the same aspect. We increased the amount of
fluids and reduced the dosage of diuretics, but a third tapping showed
the same kind of fluid that was impossible to drain because of its
thickness.
We decided to repeat the US with the help of a more expert doctor and
we were surprised to understand that all this fluid wasn't ascites at
all, but rather fluid inside a giant ovarian cyst reaching up to the
diaphragm. The US image didn't show the bowel loops "swimming" inside
the anecoic fluid as it is normally the case in ascites; on the
contrary the bowel loops were pushed back by the big ovarian mass. A
surgical operation was performed few days after and a giant ovarian
cyst with multiple daughter-cysts was excised. The biopsy showed a
benign ovarian cystoadenoma: in the differential diagnosis there was
of course a malignancy of the ovary but also a hydatid cyst.
The post-operative follow up was normal and the patient was discharged
without any further complication.
The learning point we can draw from this clinical case is the
importance of US in the management of patients in a resource
constrained setting. The US is a very important instrument to help in
diagnosis and treatment of many different conditions; a correct
interpretation of US imaging can significantly reduce the
indiscriminate use of drugs based only on the clinical appearance of
the patient, and it plays a pivotal role in deciding the need of an
operation.
lunedì 21 agosto 2023
INCIDENTE SUL LAVORO
NN si presenta sabato pomeriggio in ospedale.
Ha il volto coperto da un fazzoletto insanguinato.
Anche i suoi vestiti sono tutti imbrattati di sangue.
Ha un male tremendo ed è difficile visitarlo: il panno è ora attaccato
alla ferita a causa del sangue secco.
Irrighiamo la ferita con fisiologica e pian piano il fazzoletto di stacca.
Il paziente ha un taglio profondo, che parte dalle fronte, gli divide
in due il naso e le labbra e finisce sul mento.
Ci sono arteriole che sanguinano, ma fortunatamente nessun grosso vaso
è coinvolto.
Per un attimo rifletto sul fatto che NN è stato molto fortunato, in
quanto gli occhi sono salvi ed il taglio non arriva alla teca cranica.
Anche i denti sono integri.
Lo portiamo in sala per una leggera sedazione e per anestesia locale.
Lavoriamo a lungo perchè vogliamo fare una sutura esteticamente
accettabile, anche se il paziente è un maschio sulla quarantina.
Alla fine credo che il risultato estetico sia abbastanza buono.
NN è un boscaiolo e stava tagliando alberi. La motosega gli è sfuggita
dalle mani e gli è rimbalzata sul volto.
Ora sta bene ed è già dimissibile
Ha il volto coperto da un fazzoletto insanguinato.
Anche i suoi vestiti sono tutti imbrattati di sangue.
Ha un male tremendo ed è difficile visitarlo: il panno è ora attaccato
alla ferita a causa del sangue secco.
Irrighiamo la ferita con fisiologica e pian piano il fazzoletto di stacca.
Il paziente ha un taglio profondo, che parte dalle fronte, gli divide
in due il naso e le labbra e finisce sul mento.
Ci sono arteriole che sanguinano, ma fortunatamente nessun grosso vaso
è coinvolto.
Per un attimo rifletto sul fatto che NN è stato molto fortunato, in
quanto gli occhi sono salvi ed il taglio non arriva alla teca cranica.
Anche i denti sono integri.
Lo portiamo in sala per una leggera sedazione e per anestesia locale.
Lavoriamo a lungo perchè vogliamo fare una sutura esteticamente
accettabile, anche se il paziente è un maschio sulla quarantina.
Alla fine credo che il risultato estetico sia abbastanza buono.
NN è un boscaiolo e stava tagliando alberi. La motosega gli è sfuggita
dalle mani e gli è rimbalzata sul volto.
Ora sta bene ed è già dimissibile
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IL DRAMMA DI NON AVERE FIGLI
Apro la porta per accogliere il prossimo paziente ambulatoriale. Mi trovo davanti una donna esile ed altissima. Il suo corpo e' comple...