giovedì 28 marzo 2024

RIFLESSIONI DI UNA VOLONTARIA


 Parecchi giorni sono ormai passati dal mio rientro in Italia, dopo aver trascorso 3 indimenticabili settimane in quel piccolo angolo di mondo immerso nella natura.. così lontano dal nostro immaginabile. L'esperienza vissuta a Matiri è stata così grande ed intensa, che non è facile sintetizzarla in poche righe. Le emozioni provate sono state tante.... cercherò di esprimere quelle più significative.

 

Sebbene, a fatica, sia ritornata alla mia solita vita, mi è praticamente impossibile ignorare il ricordo dell'Africa lontana. Ogni luogo scoperto, ogni persona incontrata è riuscita ad entrare così profondamente nel mio cuore da lasciarmi dentro un incancellabile segno, una forza che mi permette di vedere la realtà presente sotto una nuova luce. La luce dell'Amore e del Volersi Bene. Fuori dal tempo e dallo spazio, nel posto più vicino all'anima dell'uomo, tra lacrime e sorrisi, sconfitte e conquiste, ogni giorno è stato unico.

 

Laggiù, più che mai, ho avuto modo di mettermi alla pari del povero, sperimentando l'importanza del donarsi, per la sola e semplice volontà di farlo!... e solo chi ha "sperimentato" e vissuto esperienze simili, può affermare quanto questo sia arricchente!

 

Rivestendo il ruolo di infermiera mi sono inserita, pian piano, nello "sconvolgente" mondo ospedaliero di Matiri. E sì, devo proprio ammettere che anche questo è stato un impatto alquanto "traumatizzante"... sentire, ovunque, le grida dei bambini, portati in spalla dalle loro madri, dopo in lungo cammino. La maggior parte di essi deve lottare contro la malaria o la polmonite: è straordinario vedere come una trasfusione e qualche antibiotico rappresentino l'arma vincente!

 

A volte è stato davvero difficile accettare e condividere le modalità operative del personale locale: per noi può essere incomprensibile l'ipotesi di utilizzare lo stesso deflussore per tre giorni per esempio! Oppure utilizzare gli stessi contenitori per residui alimentari, farmaci, sangue, senza grossa separazione.. ma grazie ad un buon spirito di adattamento (che  ritengo fondamentale!) ed alla capacità di andare oltre i nostri preconcetti, alla fine si riescono a superare pire queste difficoltà!

Venti giorni non sono molti, ma si sono rivelati sufficienti per farmi comprendere l'importanza del vivere e di toccare con mano la realtà africana. Non basta venirne a contatto unicamente attraverso riviste… attraverso la televisione... per conoscere pienamente l'Africa, penso sia necessario vederla con i propri occhi!

Solo così ci si rende veramente conto dell'immenso disagio che talvolta la caratterizza. E, nello stesso tempo, solo in questo modo possiamo realmente comprendere le fortune che, fin dalla nascita, possediamo in questa agiata vita europea.

 

La fortuna di avere un padre ed una madre… la fortuna di avere una casa accogliente, con acqua, luce, gas... la fortuna di avere una macchina... di possedere dei vestiti integri e puliti... la fortuna di avere un'istruzione, la sola possibilità di studiare. E' sconvolgente pensare a come, prima di partire, sottovalutassi l'importanza di tutto questo.

Mi è bastato un incontro con gli street-boys... le lacrime di una mamma che piangeva il suo bambino ucciso dalla malaria... gli innocenti sguardi di tanti bambini ammalati di varie patologie... la povertà che si manifesta in ogni angolo di strada che si percorre, per capire l'assurdità di tante nostre preoccupazioni, di tanti nostri problemi, il più delle volte nati da un mondo dominato dal Benessere.

E' stato veramente scioccante, per me, passare da una realtà che, senza rendercene conto, ci offre ogni cosa, ad un'altra sovrastata e fortemente condizionata dalla povertà.

 

Ma è stato anche bello scoprire la felicità e la gioia data dalle piccole cose, da un semplice abbraccio, da un sorriso... dal Bene che ci si può scambiare l'un l'altro, senza alcun prezzo!

 

In ospedale è impressionante osservare la rapidità con cui si apre il cerchio della vita e la stessa rapidità con cui si conclude. Ricordo la prima sera in cui ho assistito alla morte di un bimbo... ciò che ho provato in quel momento va al di là di ogni parola... voglio solo aggiungere e qui concludere che è stato bello affidare al Signore quella piccola creatura ormai trasformata in un angioletto...

 

 

Una volontaria

martedì 26 marzo 2024

UNA GRAVE RESPONSABILITA,

In questo momento sto pensando a quel passaggio del Vangelo in cui Gesu' dice in modo severo che "a chi molto e' stato dato, molto di piu' sara' richiesto".

E ci penso con un vago senso di colpa che mi pesa sulla 'bocca dello stomaco'.

Ieri notte infatti ero molto stanco, e, quando sono nuovamente stato svegliato per una emergenza, il mio umore era piuttosto terreo ed irascibile.

Ho chiesto all'infermiera che cosa ci fosse nuovamente, e lei mi ha rapidamente presentato il caso di una giovane donna con due pregressi cesarei.

Mi sono quindi rassegnato al fato, perche' sapevo che non c'erano alternative. Due cicatrici pregresse costituiscono infatti una indicazione assoluta al reintervento. Di li' non si puo' scappare.

Ma fuori della sala parto mi sono trovato di fronte il marito, che senza preamboli, mi ha chiesto di fare una ecografia alla sua donna prima di entrare in sala.

La fatica, la tarda ora notturna, la tensione e la mia natura umana piena di limiti hanno purtroppo agito come una miscela esplosiva, e sulle mie labbra sono sbocciate parole dure, che fluivano veloci come carrozze di un treno in corsa. Io mi rendevo conto che stavo dicendo cattiverie, ma non riuscivo a fermarmi, anche se gia' avvertivo l'amaro sapore del rimorso salirmi dalle viscere verso il cervello. Ho comunicato a quell'uomo in malo modo che il medico ero io e che lui non aveva il diritto di insegnarmi il mio lavoro; ero io quello che poteva decidere se un'eco era necessaria, a meno che potesse provare di avere una laurea equipollente alla mia. Non avrei voluto dire quelle cose, ma era come se mi trovassi su una strada in discesa ripida, e la mia auto avesse rotto i freni.

I poveri sono abituati ad essere umiliati da tutti, e quell'uomo si e' ritirato con la coda tra le gambe.

Poi, prima di entrare in sala, sua moglie, evidentemente scossa ed impauritra, mi ha domandato se almeno questa volta il feto fosse vivo.

La sua affermazione mi ha lascia tramortito, come un fulmine che incida un tatuaggio indelebile nella mia mente; mi sono quindi rivolto all'infermiera: "qual'e' la storia di questa paziente?"

"E' stata cesarizzata due volte, ma entrambi i bambini sono morti all'eta' di circa un anno a causa di polmoniti severe".

"Vuoi dire che non hanno figli?"

Lei ha annuito in silenzio.

Mi sono sentito un verme. Perche' sono stato tanto presuntuoso da umiliare quell'uomo senza neppure verificare le ragioni della sua apprensione?

"Speriamo che non sia andato via, e che stia aspettando fuori".

Mentre stavamo preparando la malata per l'ecografia precedentemente richiesta dal marito, mi e' stato riferito che la gravidanza non era completamente a termine, ma che la pressione arteriosa della mamma era altissima.

"Questa e' una di quelle situazioni tremende in cui si rischia di sbagliare comunque… ho gia' fatto degli errori imperdonabili con quel papa'… e se adesso non fossi capace di salvare il suo bambino? Meno male che la malata non mi ha sentito altercare con lo sposo!"

Ho eseguito l'ecografia con grande attenzione, ed il risutato e' stato di quelli che non ti tolgono il margine di dubbio… o la possibilita' di errore. Secondo la mamma, mancava ancora un paio di setimane alla 'data estimata' del parto. Secondo gli ultrasuoni, il bambino sembrava grosso abbastanza per poter sopravvivere.

"Cosa decidere? Aspettiamo fino a termine per evitare una eventuale immaturita' polmonare ed una insufficienza respiratoria? Ma se facciamo cosi', siamo sicuri che la pressione altissima non uccida il feto ancor prima di nascere… magari stanotte stessa? Questa coppia ha gia' sofferto tanto! E se la mia decisione portasse ad un nato-morto?"

Dopo qualche indecisione e' prevalsa in me la linea interventistica.

"Dobbiamo agire e tirar fuori quel bambino che ora ha un battito cardiaco perfetto, prima che l'ipertensione arteriosa causi il disastro".

Mi sono precipitato fuori, con la paura che quello sposo si fosse offeso e se ne fosse andato completamente. Ho scandagliato la sala di attesa, ma non l'ho visto. Quando ormai mi stavo disperando a causa della mia presuntuosa stupidita', me lo son visto spuntare da dietro una siepe. Era calmo e gentile… come se non fosse successo nulla.

Gli ho spiegato i mei dubbi, ed anche i rischi che ognuna delle due opzioni comportava. Lui e' stato risoluto nel sostenermi nella decisione verso l'operazione, ed e' stato poi bravissimo quando l'ho fatto parlare con la moglie. E' riuscito a convincerla e a farla entrare in sala senza troppe remore.

Certo Doreen aveva una paura palpabile. Subito dopo la 'spinale', quando l'ho vista tremare come una foglia e le ho messo una pesante coperta di lana sulle spalle e sul torace, lei mi ha confidato con una punta di facezia: "tremo, ma e' solo perche' sono terrorizzata… non ho freddo!"

Poi la mano di Dio e' stata con noi e ci ha guidati. Doreen ha continuato a pregare a bassa voce durante tutta l'operazione che e' fluita liscia come l'olio.

Il maschietto di 2600 grammi ha pianto subito come un forsennato, ed ha fatto la pipi', mentre lo passavo all'assistente.

E' stata una festa in sala operatoria. Evanjeline, la nostra infermiera, si e' messa a danzare in segno di gioia; Doreen ha cantata inni al Signore, e ci ha fatto da impianto di filodiffusione sino all'ultimo punto sulla cute.

La festa si e' quindi estesa anche allo sposo, che si e' messo a saltare e a fare capriole quando gli ho fatto vedere il pupo nella culla termica. Mi ha abbracciato, dimenticando e perdonandomi in quello stesso istante, e mi ha detto: "Doctor, dopo un tempo, ne deve venire un altro. Questa volta sento che Dio non ci togliera' nostro figlio… grazie…grazie!"

Guardando l'ora e vedendo che erano le 2.30 del mattino, mi sono sentito un po' svuotato e distrutto, ma anche molto contento. Quasi non ci credevo io stesso che fosse andato tutto bene, e sono ritornato da solo in sala parto per sincerarmi delle condizioni del pupo.

Poi l'eccitazione e' passata e mi sono avviato verso camera mia. Mi e' ritornato quel sapore salato del rimorso per come avevo inveito contro quel papa' senza sincerarmi prima delle sue condizioni emotive e delle sue reali paure.

Meno male che non se n' e' andato!

E' una grave responsabilita' davanti a Dio quella di umiliare i poveri.

Per loro il medico e' un semidio, e di fronte a lui non osano neppure tentare di spiegare le loro ragioni. Non hanno i mezzi culturali per controbattere, neppure quando il dottore ha torto.

Io in effetti ho ricevuto da Dio assai di piu' di molti di loro. Provengo da una famiglia relativamente agiata, ed e' per questo che ho potuto studiare. La cultura che ho e' un dono del Signore. Se fossi nato in uno slum di Nairobi o di Calcutta, forse non sarei un medico.

Che diritto ho io dunque di zittire una persona che e' stata meno benedetta di me dalla vita e dalla sorte?

Prima di mettermi sotto le lenzuola ho quindi recitato una preghiera in cui ho chiesto a Dio di perdonare la mia leggerezza e la mia superficialita'.

 

lunedì 25 marzo 2024

GRAZIE, LUIGI

Oggi ritorna in Italia il volontario Luigi Arba.
E' stato con noi tre settimane.
Gigi non è di professione sanitaria ma si è adattato benissimo a svolgere il suo servizio dapprima come OSS nel reparto donne, ed in seguito come aiuto fisioterapista.
Lo ringraziamo per la sua sensibilità, per il bene che ha saputo volere ai pazienti e per i rapporti positivi che è riuscito ad instaurare con il nostro personale.
A lui auguriamo ogni bene nel futuro della sua vita, e speriamo di rivederlo ancora a Matiri.

martedì 19 marzo 2024

LA MORTE DEI BAMBINI


 

Poco fa sono stato chiamato urgentemente a rianimare un bambino di 4 anni, appena arrivato in ospedale da molto lontano: era gonfio come un pallone su tutto il corpo, ma profondamente emaciato sul volto. Durante gli interminabili minuti in cui ho tentato la rianimazione del piccolo, la mamma era stata mandata in doccia per lavarsi ed indossare l'uniforme dell'ospedale.

Purtroppo però le mie mani sono state inutili ancora una volta... Il bambino, probabilmente cardiopatico grave o affetto da insufficienza renale, è spirato davanti a me dopo pochi istanti. Io sono rimasto annichilito e senza parole, come mi capita di solito. Non ho emesso grida o pianti isterici. Sono rimasto di pietra.

Quando la mamma è uscita dai servizi, ancora umida dopo il bagno salutare, mi si è avvicinata, ha guardato il bimbo, poi si è appoggiata con il suo braccio contro il mio, e mi ha chiesto: "se n'é già andato via?". Io ho posto la mia mano sulla sua spalla e le ho sussurrato: " Sì, se n'è andato così in fretta e non tornerà più".

Allora la disperazione della mamma è stata grande, ma muta. Ha toccato il corpicino ovunque; ha posto la sua bocca vicino a quella del figlio per sentire se ancora respirava. Le lacrime scendevano copiose, ma lei non diceva neppure una parola. Dopo attimi che mi sono parsi un'eternità mi ha fatto solo una domanda: "E' andato in Paradiso?". Io mi sono sentito un nodo alla gola che mi ha impedito di parlare per un po'. L'ho solo tenuta per un braccio ed ho alla fine balbettato: "certamente!".

Quanta sofferenza innocente, quanti bambini che si potrebbero salvare se solo fossero nati in un'altra parte del mondo!

lunedì 18 marzo 2024

SEMPRE DIFFICILE DECIDERE!


Agnes ha una cicatrice da pregresso cesareo: era stata operata nel 2019, ma il bambino era morto subito dopo essere venuto alla luce.

Ieri e' venuta in ospedale perche' aveva rotto le acque ed aveva sentito contrazioni la notte precedente. Al momento della visita (di domenica pomeriggio!) non aveva piu' le doglie, che si erano bloccate quasi subito dopo aver perso il liquido amniotico.

Secondo la data dell'ultima mestruazione (che lei dice di ricordare perfettamente, ma di cui io mi fido sempre molto poco), Agnes sarebbe di 37 settimane, e quindi tecnicamente potrebbe partorire un feto maturo abbastanza da non avere problemi respiratori.

Ho fatto l'ecografia ed ho visto che il feto era in presentazione trasversa, cioe' in una posizione che controindica in modo assoluto il parto naturale.

Ma la biometria fetale mi ha portato a indicare una eta' gestazionale di 32 settimane. Di liquido amniotico ce ne era ancora un pochino, anche se chiaramente Agnes aveva un oligoidramnios.

Da questo momento sono iniziate le mie crisi mentali:

-          Agnes ha gia' perso un figlio. Che faccio? La cesarizzo immediatamente visto che la presentazione trasversa e' una controindicazione al parto spontaneo? Pero' il feto e' piccolo; la maturazione polmonare non e' assicurata. Chi mi dice che non sara' un cesareo con esito in un secondo nato-morto?

-          Ma lei non contrae al momento, e quindi si potrebbe aspettare! Di liquido amniotico c'e' ancora qualcosa , ed attendendo posso anche farle del bentelan per incrementare la produzione di sulfactante negli alveoli. Ma se aspetto e domani mattina l'eco mi dimostra un feto morto in utero a causa dell'oligoidramnios, la mamma non mi accusera' per la perdita del bambino?

 

Ma alla fine mi decido per la posizione attendista, pur tormentato da tantissimi dubbi.

La natura poi fa il suo corso e viene a tagliar corto sulle mie agonie intellettuali.

Sono infatti le due di notte quando suona il cicalino e mi dicono che  Agnes ha complicato con un prolasso di cordone ombelicale.

Questa e' una situazione tremenda in cui bisogna agire al piu' presto, ed in cui il 90% dei feti non sopravvive a causa della ipossia, derivante dalla compressione sul cordone ombelicale.

Invece il Signore ci da' una mano, e la femminuccia che abbiamo tirato fuori per i piedi e con qualche difficolta' a motivo della presentazione trasversa, si mette a piangere sonoramente dopo appena cinque minuti di rianimazione.

Questa volta e' andata davvero bene, a parte l'ora del tutto sconveniente del cesareo... ma la responsabilita' della decisione finale sulla vita degli altri sempre pesa sul mio cuore come un macigno.

 

domenica 17 marzo 2024

SCIOPERO

E' in corso uno sciopero nazionale dei medici negli ospedali pubblici.

L'assenza dei medici ha portato al blocco dei ricoveri, anche se tecnicamente solo i medici sono in sciopero.

Per gli ospedali missionari, ciò ha portato ad un forte incremento del lavoro in tutti i settori, e principalmente in maternità ed in nei vari settori chirurgici.

A Matiri abbiamo visto un forte incremento dei ricoveri soprattutto per fratture, anche molto complicate.

Lavoriamo quindi tantissimo, di giorno e di notte

lunedì 11 marzo 2024

LA VITA APPESA AD UNA VENA


Normalmente te lo portano quando e' gia' stato bucato da tutte le parti.

Tu sei l'ultima spiaggia, e lo sai.

Questo non aiuta, perche' aumenta la tensione emotiva e la percentuale di errore.

Il bimbo e' quasi sempre gravissimo, o per una malaria estrema, o per una anemia paurosa.

Sei ben conscio del fatto che i farmaci o la trasfusione sono gia' tutti pronti, ma non potranno essere utili al piccolo, se tu fallisci.

Sistemi il bimbo sulla barella, con la sua testa verso di te. Ti siedi e ti concentri, come un pugile al proprio angolo del ring prima che inizi l'incontro.

Le condizioni sono di norma gravissime ed il respiro quasi sempre e' pauroso.

Pieghi la testa del tuo paziente su un lato, e gli fai estendere un po' il collo.

A questo punto te la vedi davanti: danza sotto i tuoi occhi beffarda, al ritmo del battito cardiaco impazzito del povero piccolo morente. La scorgi chiaramente solo quando il malato espira o tenta di piangere; mentre sparisce minacciosamente quando c'e' l'inspirazione.

Sei pronto con il tuo ago cannula tra le dita, e spii il momento giusto per affondarlo, come un cecchino appostato e pronto a sparare.

Devi riuscire a bucarla, in quelle frazioni di secondo in cui e' visibile. E' un fatto di concentrazione e di riflessi… ed e' spesso anche una lotta contro il tempo. Quando hai infilato la cannula, e vedi un po' di sangue risalire in essa estraendo il mandrino, allora hai la percezione che forse salverai la vita del malcapitato. Ti affretti a mettere cerotti per non perdere il traguardo raggiunto.

Ma se la vena gonfia, sei ben cosciente del fatto che hai un'altra "pallottola" soltanto… perche' le giugulari sono solo due, e per noi sono davvero l'ultima spiaggia.

Ripeti l'operazione, normalmente in modo piu' nervoso, dall'altro lato del collo… ed ancora speri di riuscirci velocemente… se no, lo sai che il bambino morira' per causa tua. La mamma poi e' in piedi vicino a te. Si contorce di dolore ogni volta  che buchi la sua creatura, come se la cannula entrasse direttamente nel suo cuore. Spesso puo' anche svenire!

E tutto questo e' sulle tue spalle: la vita del piccolo e' appesa ad una vena, o forse meglio… e' appesa ad un ago… e questo ago in mano ce l'hai tu.

lunedì 4 marzo 2024

C'ERA UNA VOLTA


C'era una volta,

un ospedale rurale in un Paese dell'Africa .

Questo ospedale aveva certamente tanti problemi, tante carenze... ma comunque offriva servizi importanti per la gente della zona.

In esso venivano accolti anche volontari, e, come sempre capita, c'era un miscuglio delle personalità più diverse: c'erano volontari che non parlavano ed altri che invece avevano commenti più o meno benevoli su tutto ciò che il personale locale faceva o non faceva; c'erano coloro che si integravano benissimo con lo staff e coloro che invece si tenevano separati, giudicando i dipendenti dell'ospedale come pigri e svogliati.

Un giorno due volontari dovevano prendere una barella e portare un paziente in sala per l'intervento: il primo di essi si scandalizza e comincia a commentare ad alta voce: "ma guarda che sporca questa barella!!! Polvere, ragnatele...chissà da quanto non la puliscono! Certo il personale qui non ha voglia di lavorare!"

Il secondo volontario sta zitto. Aiuta comunque a prendere la barella ed a coprirla con lenzuola pulito. Quindi insieme i due volontari prendono il paziente e lo accompagnano in sala.

L'indomani mattina, la scena si ripete.

C'è bisogno della barella nuovamente.

Bisogna portare un altro paziente per l'intervento.

Con sorpresa il volontario loquace nota che la barella è stata pulita benissimo, e nuovamente commenta in modo sarcastico: "domani nevica; non mi sarei mai aspettato che la pulissero".

Il secondo volontario tace, ma sa benissimo quello che è successo: invece di parlar male dei dipendenti, ha deciso di pulire lui stesso la barella. Mentre lo faceva, alcuni dello staff sono venuti ad aiutarlo senza essere chiamati.

Morale della favola: è ovvio che un ospedale rurale in Africa non ha gli standard europei, nè di servizio, nè di igiene; è altrettanto ovvio che ci sono tanti limiti nel modo di lavorare...altrimenti non ci sarebbe neppure bisogno dei volontari!

Comunque la critica sterile non serve a nulla; non unisce e non trasforma la struttura; l'esempio silenzioso invece trascina; ed il servizio offerto con umiltà è il modo migliore per far crescere il servizio.

sabato 2 marzo 2024

QUANDO IL DR WINTERS E' A MATIRI...


 

...è sempre una giornata speciale.

Si lavora tantissimo, si operano casi estremamente difficili, ma sempre si respira un clima rilassato e pieno di armonia.

E' una gioia grande accogliere il Dr Winters al sabato: da una parte, ci permette di affrontare situazioni complesse che, senza di lui, dovremmo mandare in altri ospedali; dall'altra riempie la giornata di pace e di serenità.

Il Dr Winters viene a Matiri a titolo completamente volontario: non riceve uno scellino per il servizio che ci offre.

La sua presenza umile, competente e laboriosa lo rende per noi un modello da imitare.

Oggi ha lavorato con il Dr Riccardo Bonfanti: si sono capiti al volo e si sono aiutati vicendevolmente.

Pure oggi siamo stanchi: 5 casi ortopedici complessi e due cesarei, oltre a parecchie visite ambulatoriali.

Siamo però molto contenti e motivati.

Il sabato è diventato la giornata più pesante della settimana, dal punto di vista chirurgico-ortopedico...ma è anche il giorno in cui l'ambiente di lavoro in sala è davvero ottimo.

martedì 27 febbraio 2024

E SE FOSSE GESU'?

E SE FOSSE GESU'?

Erastus è stato trasportato nel nostro ospedale dalla polizia.

Ha una piccola ferita lacero-contusa sulla gamba destra.

Il problema è che ci sono frammenti ossei che spuntano dal taglio: si tratta quindi di una frattura esposta.

Il poliziotto è veloce a dire che si tratta di un povero che non ha nessuno e che in genere vive di elemosina al di fuori delle chiese. Per le mie orecchie, ormai avvezze a questi discorsi, il messaggio subliminale è chiarissimo: "non aspettarti alcun contributo economico da nessuno".

"Che cosa è successo?" chiedo io, glissando l'argomento che mi era stato appena proposto.

"Non conosciamo bene la dinamica, ma pare che gli sia caduto un pietrone sulla gamba".

La mia riflessione è molto lineare: se lo mando altrove, nessuno penserà di operarlo perchè non ha soldi; se non facciamo l'intervento subito, l'osteomielite distruggerà certamente l'osso esposto ed il risultato finale potrebbe essere una amputazione o anche una setticemia.

"Ricoveriamolo subito; programmiamo una lastra e l'intervento di fissazione interna".

Il poliziotto vuole essere sicuro di quello che ha sentito: "sappi che nessuno verrà a pagare, e che noi come istituzione non possiamo venirti incontro finanziariamente".

 "E se questo poveraccio fosse Gesù in persona, lo manderesti via senza aiutarlo?" chiedo all'ufficiale che evidentemente apprezza la nostra decisione, rispondendomi con un largo sorriso.

Mentre scrivo queste due righe, Erastus è già operato: gli abbiamo messo un chiodo di Sign nella tibia, ed abbiamo fondata speranza che ritornerà a camminare come prima.

A causa di una chiamata in maternità alle 3 di notte, oggi non ho pregato molto in cappella; ma sono in pace, perché Gesù lo abbiamo incontrato ugualmente, e non gli abbiamo chiuso il nostro cuore.

lunedì 26 febbraio 2024

NAOMI


Grazie di cuore all'infermiera Naomi, che oggi lascia Matiri per tornare a Londra dove lavora.

E' stata con noi per quasi un mese ed è stata una bellissima presenza nel reparto uomini dell'ospedale.

Naomi è mia volontaria per la seconda volta, e per la prima volta ha vissuto l'esperienza di Matiri.

Per me è stato bello rivederla: questa volta siamo stati insieme di più e ci siamo conosciuti meglio.

Naomi è una persona silenziosa ed estremamente laboriosa: una bella figura di volontaria.

Speriamo di rivederci presto, a Matiri o a Londra. 

mercoledì 21 febbraio 2024

LA FILOSOFIA SWAHILI


Mi ero già soffermato in passato sulla bellezza della lingua Kiswahili e sui profondi significati culturali e filosofici di tante sue espressioni.

Oggi sono stato colpito da un altro modo di dire, già sentito in passato milioni di volte, ma particolarmente dolce alle mie orecchie proprio nella giornata odierna.

Lo sapete tutti che la maggior parte del mio tempo è assorbita dalla maternità e da tutte le sue problematiche. Mi occupo quindi molto di vita nascente: di bambini che vengono alla luce senza problemi, ma anche di altri che nascono pretermine e con un sacco di difficoltà a sopravvivere. Non mancano nella mia esperienza quotidiana i nati morti o quelli che non ce la fanno e soccombono subito dopo la nascita, senza parlare poi degli aborti naturali e provocati. Difficilissimo per me è poi occuparmi di infertilità, quando una coppia non riesce ad avere un bambino dopo anni di inutili tentativi.

Oggi per la prima volta mi sono soffermato con stupore sul modo in cui le donne in Kiswahili dicono che hanno avuto un bimbo.

In Italiano di solito le donne dicono di "aver partorito", o di "aver dato alla luce un figlio"; in Inglese invece dicono: "I have delivered a child".

In entrambi i casi si tratta di espressioni attive, che fanno uso di un verbo transitivo, un verbo cioè che indica un'azione positiva in cui il soggetto è la donna stessa.

E' la donna che dà alla luce, che partorisce, che riesce ad avere il bambino.

Il Kiswahili invece ribalta la prospettiva ed usa una dolcissima espressione passiva: "nimepewa mtoto", che potrebbe essere tradotto letteralmente: sono stata donata di un figlio... mi è stato dato un figlio.

Secondo me questo è bellissimo ed esprime un altro punto molto forte nella cultura swahili: il figlio non lo fai tu; lo puoi desiderare; puoi fare dei piani per concepirlo, ma poi il figlio ti è sempre donato da Dio.

"Mi è stato dato un figlio" esprime la chiara coscienza swahili che la vita è dono di Dio di cui sempre bisogna ringraziarlo. Noi non siamo gli artefici ma i beneficiari della vita.

Ogni volta che oggi ho ascoltato le mamme che mi ripetevano con gli occhi lucidi che un figlio era stato loro donato, ho anche pensato a tutte quelle povere donne che tribolano per tanti anni ed un bambino non riescono proprio ad averlo. Il figlio è un dono che non tutti riescono ad ottenere!

Mi sono ricordato oggi, come in un "flashback", di una sera in Italia a novembre scorso; ero in un bar con degli amici ed ho sentito senza volerlo il discorso di una coppietta seduta al bancone vicino a noi.

Lui ha detto ridendo alla sua ragazza: "vuoi che stanotte facciamo un figlio?"

A parte tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare su questi discorsi in un bar, oggi ho pensato che una donna swahili avrebbe risposto a quel giovane: "stanotte possiamo fare dei piani e possiamo anche sperare di concepire un figlio... ma il figlio lo avremo solo se ci sarà donato da Dio".

martedì 20 febbraio 2024

STARE CALMI


Antoine è un giovane collega congolese; oggi sembra fuori di se', e corre disperato nell'aula in cui abbiamo appena terminato la lezione per gli infermieri: "e' arrivata una donna anemicissima. Ha 3 grammi di emoglobina. E' collassata e la pressione e' imprendibile."

"Hai fatto un'eco?", gli chiedo immediatamente.

Antoine si aspetta la domanda:"Certo! Sono piu' o meno sicuro che si tratta di una gravidanza extrauterina".

"OK, ora facciamo le prove crociate; iniziamo la trasfusione; l'anestesista vede la malata, e poi entriamo in sala".

"Ma le condizioni sono instabili; dobbiamo prima stabilizzarla con la trasfusione. Non possiamo operare adesso", interviene il nostro medical officer.

Antoine si fa piu' ansioso: "l'eco dimostra che lei ha gia' piu' di un litro di sangue raccolto in pancia. Piu' aspettiamo e piu' continua a sanguinare! Rischiamo di perderla!"

E' l'anestesista a risolvere il dilemma: "dobbiamo operare subito; altrimenti la mamma muore! Le sue condizioni emodinamiche sono un problema mio, e non vostro!".

Onestamente io ne sono felice, e silenziosamente ringrazio in cuor mio il vecchio anestesista, perche' attendere sarebbe stato un errore grave.

"Bisogna metterle del sangue subito", riprende Antoine.

Io rispondo che c'e' un tempo tecnico necessario per il gruppo e le prove crociate, ed in questo campo la fretta e' una cattiva consigliera: "La donna adesso sta ricevendo liquidi, e puo' aspettare 5 minuti per lo screening del sangue, non ti pare?".

"Allora le faccio prendere un'altra vena e prescrivo di mettere un altro flacone di soluzione Ringer.

"Guarda, Antoine, che il secondo  accesso gia' ce l'ha, e, se vuoi, possiamo iniziare una soluzione osmotica anche da quella parte. "Ci penso io", dice giovane collega sempre piu' ansioso e agitato. Quando poi se ne ritorna con la sua Ringer, la nostra infermiera ha gia' messo su la sacca di sangue.

"Allora prendiamo la barella, ed entriamo subito".

A questo punto, come collega anziano, mi sento in dovere di assumere un ruolo di coordinamento in una situazione che rischia di andare fuori controllo, a causa delle emozioni che crescono in modo esponenziale: Dico a Marcella ed a Mwende di pensare al trasporto della paziente e poi abbraccio paternamente Antoine:

"Ma stai calmo, mon ami!"

"Eh, come si fa a stare calmo quando la donna sta morendo?"

"Lo so che può succedere, ma ti assicuro che, se siamo calmi, il nostro autocontrollo ci permettera' di gestire la situazione molto meglio. L'ansia del chirurgo e' ansiogena e contagiosa: se tu sei spaventato, tutto lo staff perde la testa.

Antoine, la malata non e' in coma: ci sta guardando… Lei ha il diritto di vederci calmi e pienamente 'in controllo'… altrimenti si angoscia!

 Poi le nostre infermiere: se ci vedono sorridenti e orientati, ci verranno dietro… ma se ci sentono dare ordini sconclusionati, perche' anche noi abbiamo perso la testa, diventano nervosissime, e non rendono certo al 100%.

Loro hanno diritto  ed hanno bisogno della tua calma. Anche se stai crepando di paura, tu devi essere un distributore di ottimismo. Se l'operatore si abbatte, gli altri si sentono alla deriva" .

Ci guardiamo con uno sguardo complice. Credo che Antoine abbia capito, perche' si rilassa e mi sorride.

Intanto veniamo chiamati in sala in quanto e' tutto pronto. Gia' la malata sta ricevendo la seconda sacca di sangue. L'intervento e' piu' facile del previsto, e finiamo in meno di un'ora. In sala siamo calmi e raccolti, e questo si traduce in ottima collaborazione con le infermiere. Non volano parolacce e tutto procede per il meglio. E' proprio vero che, con nervi saldi e mente lucida, si puo' fare di piu' e meglio."

 

lunedì 19 febbraio 2024

ENDOPROTESI D'ANCA


Abbiamo iniziato con questi interventi attorno al 2014, al fine di rispondere al problema delle fratture collo femore.

Da sempre però sono stati interventi molto costosi.

All'inizio l'impianto costava al paziente circa 350 Euro, cifra spesso inarrivabile per molti.

Poi sono arrivate nuove protesi indiane ed il prezzo è gradualmente sceso: dapprima 150 Euro nel 2019, e poi 80 dal 2021. Il paziente doveva comunque pagarle!

Anche oggi compro le endoprotesi in India e le pago 70 Euro l'una, ma la novità del 2024 è che ho anche trovato dei benefattori disposti a pagare completamente questo infisso ortopedico: quindi al paziente non facciamo pagare più nulla.

Tra oggi e domani faremo 3 endoprotesi d'anca: per il passato era sempre un tira-molla, in quanto spesso i parenti non potevano pagare l'infisso.

Ora questo problema non esiste più.

sabato 17 febbraio 2024

IL MINIMO COMUN DENOMINATORE

Mi dice un volontario con cui ho una lunga storia di amicizia e di confidenza:

"Oggi mi sembra che le motivazioni che portano una persona a scegliere di fare del volontariato siano così disparate che sia praticamente impossibile descriverle tutte. C'è chi parte da una motivazione di fede e chi invece è completamente agnostico e lo fa per solidarietà umana. Ci sono persone che si dedicano al volontariato per portare il loro contributo a società più svantaggiate, ed altri che intendono rispondere ad emergenze umanitarie. Ci sono anche persone che lo fanno per se stessi: qualcuno per ritrovare se stesso e la parte migliore di sè in un momento di crisi; altri sperano che un'esperienza totalizzante di servizio li possa aiutare a risolvere dei problemi esistenziali o dei conflitti che si portano dentro...altri ancora forse fanno del volontariato ma in realtà pensano di più a fare turismo".

Ho pensato tanto a quanto questo mio amico mi ha detto e sono pienamente d'accordo con lui, ma allo stesso tempo mi sembra che una cosa le si debba dire, almeno per il volontariato a Matiri:

"Hai completamente ragione, ma credo che, parlando di volontariato a Matiri, dovremmo aggiungere anche un'altra motivazione, che io metterei un po' come "conditio sine qua non" per una bella esperienza di servizio sia per il volontario che per noi: parlo della voglia di aiutarci e di collaborare positivamente con noi che qui lavoriamo tutto l'anno. Matiri è ormai un ospedale complesso che va avanti anche senza volontari: i volontari sono una risorsa nella misura in cui si sforzano di accettare i nostri ritmi ed i nostri equilibri interni, ed umilmente desiderano inserirsi nel nostro stile di lavoro. Una persona che si comporta così diventa un grande aiuto per noi, può facilmente colmare molte nostre lacune, può anche migliorare il nostro servizio con la sua presenza, e soprattutto ci fa star bene quando lavoriamo insieme. Invece, chi ha un atteggiamento del tipo "avant moi le deluge" e quasi pensa che prima del suo arrivo qui non funzionasse nulla, ha certamente sbagliato registro e non ci aiuta molto; un volontario che pensa di venire a Matiri ed imporre il suo punto di vista, il suo modo di organizzare il lavoro, le sue metodiche cliniche senza accettare il buono che già c'è in questo ospedale, inevitabilmente porterà degli scricchiolii nella nostra routine di tutti i giorni, causerà del malcontento nel personale, ed alla fine non farà una bella esperienza lui stesso. Io credo che il primo dovere del volontario, al di là delle sue motivazioni personali, sia quello di comprendere che egli è atterrato in una struttura funzionante, che ha i suoi ritmi e le sue abitudini: prima di imporre le prorie idee, egli deve osservare a lungo, farsi accettare e farsi amare da me e dal personale. Quando si sarà instaurato un tale rapporto di stima e di amicizia, allora ogni proposta fattaci umilmente dai volontari sarà presa in seria considerazione e porterà dei cambiamenti sostenibili nel tempo. Le novità imposte invece sono come un venticello che passa, e tutti poi le abbandoneranno non appena il volontario ritorna in patria. Se per esempio il volontario dal primo giorno vuole che il carrello delle medicazioni sia organizzato diversamente, o che la terapia venga data in orari differenti, o che si prescrivano test e medicine non disponibili a Matiri, egli ci creerà solo tensione e non otterrà quel miglioramento degli standard di servizio che magari aveva auspicato, perchè tutto finirà in una bolla di sapone, in quanto il personale non avrà interiorizzato e fatto proprie le sue richieste.

In conclusione penso che ci debba essere un minimo comun denominatore che accomuni tutti i volontari, al di là delle loro ideologie, fedi o motivazioni: e penso che tale denominatore comune sia la voglia di aiutarci, di lavorare insieme senza tensioni, il desiderio di inserirsi nella vita dell'ospedale senza stravolgerla, ma facendola crescere pian piano con proposte umili e rispettose.

Infatti è importante star bene insieme, vivere come una famiglia che insieme cerca il bene dei poveri e dei sofferenti senza imposizioni e senza malumori.

Da ultimo, penso che il volontariato sia anche un grosso dono che noi facciamo a chi ci viene a trovare: è la possibilità di donarsi, di sacrificarsi con grande dedizione alle persone ammalate ed in difficoltà. Sta al volontario cogliere questo dono al massimo, con un periodo di lavoro assiduo e generoso"

venerdì 16 febbraio 2024

RIFLESSIONE QUARESIMALE


Spesso nella vita ci troviamo a discutere su problemi piu' grandi di noi. Puo'essere l'effetto serra, la politica o a volte anche le posizioni della nostra fede di fronte a grandi problemi di attualita'. Quando ci lanciamo in tali argomenti pare sempre che noi abbiamo le soluzioni in tasca per tutto.

Non e' infrequente che ci si "imbarchi" in tali labirinti e sabbie mobili.

Sempre piu' pero' mi rendo conto che io non so dare risposte sui "massimi sistemi"... non ne ho la formazione e non sono d'altra parte nella posizione di cambiare alcunche'.

Perche' quindi iniziare disquisizioni che non ci porteranno a nessuna deliberazione pratica?

Per esempio di fronte ai grandi problemi della fede io cerco normalmente di dare una risposta esistenziale.

Non lo so che cosa la Chiesa dovrebbe fare, e non tocca a me stabilirlo. Quello che so e' che la mia coerenza di vita sara' molto importante e potrebbe costituire l'unica reale risposta alle domande di molti.

Per questo ripeto sempre che, dal mio punto di vista, il primo apostolato a cui sono chiamato e' quello di voler bene: voler bene ai malati che sono chiamato a servire senza risparmiarmi; voler bene ai volontari ed allo staff che spesso non la pensano come me e con i quali la vita potrebbe anche portare a inevitabili tensioni; voler bene a quella gente che in passato potrebbe avermi fatto del male, ad occhi aperti o inavvertitamente.

Altra importante testimonianza che puo' rispondere a varie domande, e' quella del perdono vicendevole. Come Cristiani siamo invitati sempre a "voltare pagina: e' inevitabile avere delle "differenze di vedute" o anche dei veri e propri scontri. Ma l'importante e' credere che tutti possono cambiare e ravvedersi: come posso migliorare io, devo dar credito anche al prossimo di aver le potenzialita' per una autentica conversione.

Perdonare e dimenticare? Certo questo e' quanto ci chiede il Signore Gesu'... ma onestamente ne siamo davvero capaci? E' possibile non ricordare le offese ricevute?

Io non reputo di essere arrivato a questa vetta di ascetismo: le offese purtroppo me le ricordo fin troppo bene! Magari fossi capace di scordarmele e di cancellare tutto come si fa con un computer semplicemente premendo un tasto.

Mentre cerco di continuare il mio lavorio interiore, per adesso mi accontento di ricordare si', ma di non farmi bloccare dalla memoria dei torti veri o presunti che penso di aver ricevuto: e' dunque parte della mia ascesi personale il cercare di parlare e di collaborare con tutti, anche con chi e' stato mio avversario in qualche modo, o mi ha fatto piangere... forse anche io ho fatto piangere lui! Ritengo sia molto importante anche l'atto esteriore della richiesta di perdono. Dire:"scusami" non e' mai una perdita di tempo anche se onestamente non e' per nulla facile.

Altra risposta alle varie domande sui "massimi sistemi" mi pare possa essere il mio impegno per non essere geloso: l'invidia e' stata individuata dalla saggezza millenaria della Chiesa come uno dei tre vizi capitali. Quanta profondita' in questa scelta.

A 62 anni, ho tristemente toccato con mano come la gelosia sia un tarlo che mina alla radice non soltanto gli ambienti laici, ma anche quelli ecclesiali.

Alla base di tutto ci sono alcuni "specchietti delle allodole" in cui tutti cadiamo: volenti o nolenti, noi cerchiamo umana considerazione; siamo assetati di un riconoscimento sociale che tenga conto del nostro effettivo valore che normalmente riteniamo sottovalutato; siamo spesso "rattristati" dal successo del nostro prossimo e desidereremmo ardentemente godere della stessa considerazione a lui tributata.

La gelosia e' anche per noi una grande illusione: crediamo piu' o meno inconsciamente che, dando una lezione al nostro vicino, noi troveremo una qualche gioia o soddisfazione... magari poi rivestiamo questi sentimenti cosi' bassi da non poter essere confessati neppure a noi stessi, con alte motivazioni religiose: asseriamo di voler correggere fraternamente il nostro amico; diciamo a noi stessi che la nostra azione ha come scopo la soluzione di qualche problema sociale all'interno del gruppo; arriviamo forse persino a pensare che agiamo per salvare l'anima del nostro vicino.

Ma poi basta una mezz'ora di silenzio davanti al tabernacolo per renderci conto di meritare ancora la lapidaria frase latina:"mors tua, vita mea". Ed e' proprio in tali momenti di verita' di fronte a Dio che dobbiamo ammettere che la gelosia non ci fa piu' felici. E' solo una forza distruttrice contro cui dobbiamo lottare continuamente, perche' ha in se' la potenza diabolica di destrutturare gruppi e comunita'.

Molti miei amici poi amano filosofeggiare sulle incoerenze della Chiesa. A loro rispondo che il primo incoerente sono io, e che quindi non mi sento di "scagliare la prima pietra". Pero' timidamente cerco anche di cambiare il loro angolo visuale: davanti a Dio conta solo la nostra personale coerenza; non ci sara' chiesto conto di come sono vissuti gli altri, ma di come ci siamo comportati noi.

E qui ritorno al primo punto di questa mia riflessione: il volersi bene. Se leggiamo attentamente il Vangelo, Gesu' ci dice che l'amore e' il primo e piu' importante comandamento. Sant'Agostino arriva ad affermare: "Ama, e fai quello che vuoi".

E ancora: nell'episodio in cui leggiamo della peccatrice che gli ha profumato i piedi, Cristo afferma che "le e' stato molto perdonato, perche' ha molto amato".

Queste citazioni mi portano a pensare che, se amiamo veramente Dio e gli altri, sara' difficile commettere peccati veramente grandi. Ed inoltre, siccome poi perfetti non lo siamo davvero, e la Bibbia ci ricorda peraltro che anche il giusto "pecca sette volte al giorno", allora abbiamo nell'amore la possibilita' della conversione e del perdono divino. E' infatti ancora il Nuovo Testamento a dirci che "la carita' copre un gran numero di peccati".

In conclusione di questo sproloquio che forse vi ha annoiati terribilmente, spero di aver potuto comunicare anche solo un punto: quello che conta e' amare e cercare, nei limiti del possibile, di non far del male agli altri.

 

 

martedì 13 febbraio 2024

SE VOGLIAMO AVERE UN FUTURO...


Io credo che, se continuiamo a voler bene ai poveri, a dar loro la priorità, a sacrificarci per loro giorno dopo giorno, la gente continuerà a credere in noi e la nostra opera continuerà ad essere significativa.

I poveri sono il nostro parafulmine e, finchè il nostro cuore appartiene a loro, la nostra azione ed il nostro servizio saranno stabili e duraturi, perchè costruiti sulla roccia e benedetti da Dio.

I problemi cominceranno quando le nostre giornate saranno "vuote" di poveri, quando avremo tanto tempo libero per pensare a noi stessi e poco tempo da dedicare agli altri, quando non ci sacrificheremo più per il nostro prossimo.

 Vedere l'ospedale pieno è per me sempre una gioia, non tanto perchè soffro di megalomania, ma piuttosto perchè sinceramente ritengo che, se la gente ci apprezza e si fida di noi, ciò significa che anche Dio è contento di quello che facciamo. Un ospedale deserto mi porterebbe a dubitare che forse il Signore mi stia mandando un messaggio per farmi capire che c'è qualcosa che non va.

Anche i nostri sostenitori saranno con noi finchè ci vedranno donati completamente, mangiati letteralmente dal servizio e dalla stanchezza; se cominceremo ad evitare la fatica, le persone scomode, i lavori pesanti, i servizi che richiedono impegno continuo per ventiquattr'ore al giorno, allora anche i benefattori  pian piano diminuiranno, e noi ci troveremo soli.

La dedizione e la donazione sono il segreto per il nostro futuro: finchè avremo il coraggio di sacrificarci e spenderci totalmente, finchè non metteremo i nostri diritti personali davanti a quelli dei poveri che bussano alla nostra porta, finchè i nostri reparti saranno pieni e noi saremo presenti con i malati ogni giorno della nostra vita, allora non avremo nulla da temere: continueremo  ad andare avanti, i benefattori ci sosterranno, i malati si fideranno di noi, e le nostre forze si rinnoveranno ogni giorno.

La nostra motivazione sarà quella che ci manterrà forti ed in salute, impedendoci di crollare.

Questa è per me un'esperienza vissuta e sperimentata giorno dopo giorno: se i miei ideali rimangono alti, se la voglia di donarmi completamente permane forte, allora, anche dopo giornate incredibili ci si sente gratificati e contenti, soddisfatti e ripagati di tutto. Basteranno poche ore di sonno per essere nuovamente freschi ed entusiasti .

 Il futuro è certamente nelle mani di Dio, ma oso dire che è anche un po' nelle nostre: il disimpegno, la pigrizia, l'egoismo certamente non portano ad alcun futuro, mentre la fedeltà ai poveri, il servizio incondizionato fino al sacrificio della vita, la dedizione quotidiana e persistente, le motivazioni forti e gli ideali sempre alti sono la nostra certezza morale che possiamo avere una rilevanza nell'oggi ed una continuità nel futuro.

sabato 10 febbraio 2024

GRAZIE, MICHELA!


Di cuore ringrazio la dottoressa Michela Delorenzi, specialista in ortopedia, per le tre settimane di servizio presso il nostro ospedale a Matiri.

E' stato bello lavorare con lei ed imparare nuovi concetti e nuove tecniche dell'ortopedia più moderna.

Spero che anche lei si sia trovata bene a Matiri, come lo è stato per tutti noi.

La ringraziamo, con la speranza che possa tornare nuovamente in un futuro non troppo lontano.

Grazie anche alla Fondazione Nala di cui la Dottoressa fa parte: speriamo che Michela sia un apripista per tanti altri ortopedici, che accogliamo con il cuore fin da ora.

giovedì 8 febbraio 2024

ERA ECTOPICA


Lillian è stata ricoverata in ospedale per una seria anemia in gravidanza.

Ha tre grammi di emoglobina, ma stranamente è in condizioni generali discrete...riesce addirittura a camminare.

Abbiamo proceduto subito alla trasfusione della prima sacca che ha fatto salire di un grammo la sua emoglobina.

Mentre aspettavamo le prove crociate per le altre due sacche disponibili, abbiamo pensato di fare una ecografia, per sincerarci delle condizioni del feto: la gravidaza era di quasi quattro mesi e certamente l'ipossia creata dall'anemia non stava facendo del bene al nascituro.

Lillian è venuta in ecografia tranquilla, anche se in carrozzina. Ci parlava della sua gioia per la prima gravidanza. Ci diceva che sperava tanto fosse un maschietto.

Lucia l'ha accolta con entusiasmo, ma messo la sonda sulla pancia ed ha visto che il feto era vitale. Anche lei era contenta, ma la situazione è precipitata rapidamente: muovendo la sonda sull'addome, Lucia ha compreso che il feto non era in utero e che attorno al sacco amniotico c'era una quantità ingentissima di sangue.

Si trattava quindi di una gravidanza extrauterina, ormai rotta in quanto c'era abbondante emoperitoneo.

E' stato difficilissimo dirlo alla donna. Ovviamente si è disperata ed ha pianto tanto.

Poi però siamo riusciti ad operare.

C'erano 3 litri di sangue in addome: ecco la causa dell'anemia.

La paziente è stata sempre stabile durante l'operazione in cui abbiamo rimosso una gravidanza extrauterina addominale.

E' stata trasfusa con altre due sacche di sangue ed il post-operatorio è regolare.

Le ho assicurato che potrà comunque avere bambini in futuro, perchè l'altra tuba è normale.

Mi pare che sia relativamente serena.

martedì 6 febbraio 2024

L'ESAME


 

 Era il giugno 1976, ed io sedevo su un banco dell'aula-studio dell'Istituto Salesiano di Lombriasco (To). Ero terrorizzato, mentre aspettavo che Don Franco leggesse il titolo del tema per il nostro esame di terza media.

Poi la sorpresa: era veramente facile, e oggi direi anche scontato.

"Che cosa voglio fare da grande?"

Ricordo con grande vivacità che mi sono messo al lavoro immediatamente, ed ho svolto il mio componimento sviluppando l'idea che sarei diventato un medico missionario.

Le parole scorrevano libere ed io mi sentivo sollevato… l'esame sarebbe iniziato bene: ricordo di aver scritto che sarei andato in Burundi… non so neppure perché. Certo non avevo conoscenze geografiche sufficienti per capire di quel che stavo parlando. La mia immaginazione mi portava però a pensare ad un piccolo villaggio, in cui io, medico bianco, vivevo in una capanna del tutto simile a quelle della gente a cui mi ero totalmente votato. La mia casa aveva il tetto di paglia, come tutte le altre, e si affacciava su un grande spiazzo di terra bianchissima, come le spiagge dell'Africa Orientale.

Immaginavo code interminabili di malati, di donne con bambini piccoli in braccio, di uomini piagati.

Sognavo che li avrei curati tutti, ed avrei saputo dire di sì sempre, senza cadere nella stanchezza e nel nervosismo. Mi auguravo una dedizione totale ed incondizionata, ventiquattro ore al giorno. Pensavo che avrei voluto fare qualsiasi cosa per loro: se erano sporchi, li avrei voluti lavare; se avevano ferite, li avrei medicati o suturati; se non avessero avuto da mangiare, avrei comprato io il cibo. Solo a questo punto, dopo aver soddisfatto tutte queste necessità basilari, avrei messo a loro disposizione le mie conoscenze scientifiche di medico.

Immaginavo un caldo torrido ed una foresta verdissima a fare da greca al nostro villaggio. Alla sera mi pensavo stanco in un semplice giaciglio a prendere sonno senza problemi, perché avevo dato proprio tutto per i poveri.

 

Non so se posso dirlo, ma credo che questo sogno fosse già, in germe, un segno, un bagliore di una chiamata che mi è rimasta nascosta e nebulosa ancora per molti anni… certamente comunque è stato un seme che non è morto e che poi ha trovato modo di germogliare e di crescere, seppure in condizioni leggermente diverse e forse meno poetiche.

Sono in Kenya e non in Burundi; sono in un ospedale e non in una capanna… ma tante cose si sono perfettamente avverate.

La coda di gente che ti assale dal mattino a notte avanzata è certamente una realtà quotidiana, che diventa anche un test per la mia pazienza e la mia costanza: a volte alla sera sono così stanco che non riesco neanche più a parlare… Come oggi per esempio, quando la prima emergenza è arrivata alle 6 di mattina e l'ultimo paziente è stato visto alle ore 19.

Anche ora a Matiri mi addormento subito, nella certezza che più di così non posso dare.

Però non dormo in una capanna, e so che così non potrebbe essere: un medico, al di là della componente idillica, non può lavorare con le sue mani soltanto. Ha bisogno di strumenti anche costosi, di materiale diagnostico, di sale operatorie, di laboratorio analisi.

Essere in una capanna insieme alla gente potrebbe certamente essere più poetico, ma non è detto che poi corrisponda a ciò di cui la gente ha più bisogno.

Come nel mio sogno iniziale, anche ora comunque veramente cerco di dare la massima attenzione ai bisogni primari dei pazienti: non mi considero un medico altezzoso. Se c'è bisogno, mi va benissimo fare lo stesso lavoro delle signore della pulizia: che senso avrebbe infatti dare l'antibiotico più costoso, o fare l'intervento più difficile, se poi il malato dovesse languire nei suoi escrementi o non avesse da mangiare?

Essere un medico missionario è ancora il mio sogno, un sogno faticoso, impegnativo e spesso durissimo. E' comunque anche un sogno esaltante, gratificante e capace di riempirti dentro. 

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